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Traffico internazionale di droga, arresti in Calabria e Toscana

Vibo Valentia Cronaca

Una vasta operazione contro il traffico internazionale di cocaina è in corso dalle prime ore di stamani ed ha colpito un’organizzazione criminale che gli investigatori ritengono al soldo della ‘ndrangheta calabrese.

Il blitz, scattato in Toscana ed eseguito dai carabinieri di Livorno e dagli uomini della Guardia di Finanza di Pisa, sta interessando anche la provincia calabrese di Vibo Valentia oltre a quelle di Prato, Pistoia, Firenze e Livorno.

In manette sono finite dieci persone e altre due, delle guardie giurate, sono state interdette. In particolare, sette degli arrestati sono stati ristretti in carcere; si tratta di: Riccardo Del Vivo, 68 anni, di Livorno; Gabriele Bandinelli, 41 anni, di Livorno; Domenico Lentini, 50 anni, di Vibo Valentia; Luis Lemucchi, 27 anni, di Livorno; Massimo Bulletti, 67 anni, di Livorno; Emanuele Galia, 53 anni, di Rosignano; Gino Giovannetti, 66 anni, di Livorno.

Gli altri tre: Ivano Sighieri, 67 anni; Marco Corolini, 40 anni; Luca Adami, 29 anni, tutti di Livorno, sono finiti ai domiciliari. L’interdizione, invece, è stata disposta per Sandro Di Lorenzo e Federico Chelli, di 49 e 44 anni, entrambi Guardie Giurate livornesi.

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L’OPERAZIONE ha preso il nome di “Akuarius ” e trae origine dall’esecuzione delle ordinanze di custodia cautelare del giugno 2016 a conclusione dell’omonimo blitz che aveva portato in carcere, tra gli altri, i presunti responsabili dell’omicidio di Giuseppe Raucci, assassinato a Tirrenia, in provincia di Pisa, il 9 dicembre 2015, e la cui salma venne poi rinvenuta la mattina del giorno successivo in un parcheggio antistante l’uscita Sgc Fi.Pi.Li., in località Ginestra a Firenze.

All’indomani dell’esecuzione delle ordinanze l’attenzione della Procura della Repubblica di Firenze, che ha coordinato le indagini svolte dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Livorno e dal Nucleo Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Pisa, è stata rivolta su Riccardo Del Vivo, sottoposto ai domiciliari.

Nel corso delle attività investigative, gli inquirenti avrebbero accertato la presenza di una organizzazione stabile, con sede a Livorno, denominata Gruppo “Pesci, da cui prende il nome l’Operazione Akuarius, e che avrebbe avuto il ruolo di Hub del malaffare nell’ambito del Porto di Livorno.

L’organizzazione si sarebbe occupata di tutta la parte logistica ed organizzativa delle importazioni di stupefacente imbarcato su navi provenienti dal sud America, provvedendo, con la necessaria partecipazione di personale portuale, tra cui alcune guardie giurate, a far uscire fuori dagli spazi doganali la droga senza particolari intoppi.

Gli inquirenti sospettavano che a capo dell’organizzazione ci fosse proprio Del Vivo, sottoposto ai domiciliari nell’ambito dell’Operazione “Akuarius 1”, che sarebbe stato l’unico in grado di interloquire, da pari, con i rappresentanti delle cosche calabresi in Toscana.

LA PRECENTUALE SULLA DROGA USCITA DAL PORTO DI LIVORNO

LE INDAGINI farebbero ritenere che Del Vivo sarebbe stato al soldo delle cosche di Reggio Calabria, pagato mensilmente 20 mila euro, allo scopo di mettere a disposizione la propria organizzazione, pronta ad entrare in azione appena un nuovo carico di cocaina fosse entrato in darsena a Livorno, e con il compito di recuperare il carico dal container sbarcato e farlo poi uscire dal Porto labronico. Al pagamento mensile si sarebbe aggiunta anche una percentuale del 5% dello stupefacente recuperato. Nell’ultima importazione illegale la droga destinata all’organizzazione labronica sarebbe stata di circa 7 Kg, per un controvalore di mercato pari a 245 mila euro.

Le investigazioni tecniche, eseguite in collaborazione con personale della Sezione Mezzi Tecnici della Direzione Centrale Servizi Antidroga, hanno consentito di monitorare costantemente le comunicazioni e gli spostamenti dell’indagato. Da subito i filmati delle telecamere posizionate da Guardia di Finanza e Carabinieri nei pressi della sua abitazione, avrebbero registrato numerosi incontri che aveva giornalmente con i presunti componenti dell’Organizzazione “I Pesci”, la cui sede principale era localizzata in un locale di via della Passata a Livorno.

IL PIZZONO CONSEGNATO NEL CIMITERO

LA SVOLTA dell’indagine arrivò quando furono monitorati gli incontri che il “capo” aveva avuto con alcuni soggetti, successivamente identificati come i rappresentanti delle cosche di ‘ndrangheta in Toscana, nel cimitero dei lupi di Livorno. “Incontri in ‘stile mafioso’ - sostengono gli inquirenti -, fatti tra le tombe del cimitero, passeggiando tra le lapidi, lontani da occhi ed orecchie indiscrete, dove però gli investigatori dell’Arma e delle Fiamme Gialle erano lì a filmare e monitorare il tutto”.

È stato in quel momento, era fine del luglio 2016, che sarebbe entrata “prepotentemente in gioco” la figura di Domenico Lentini, ritenuto il rappresentante in Toscana della cosca di ‘ndrangheta dei Piromalli-Molè, che, con un suo collaboratore, il “capo” del Pesci incontra tra le lapidi. E proprio presso il cimitero gli investigatori hanno registrato il passaggio di un pizzino, “in pieno stile mafioso”, affermano, con il numero del container carico di un grosso quantitativo di cocaina proveniente dal sud America.

Da quel momento e nei tre mesi prima dell’arrivo della nave Erato, il “capo” dei Pesci si sarebbe così attivato per organizzare il recupero e la fuoriuscita della droga nascosta nel container imbarcato in un porto del Sudamerica. Per poter realizzare il disegno il container doveva essere posato sul piazzale della Darsena Toscana, in modo tale da poter eludere tutti i controlli ed evitare i rischi al momento in cui veniva consegnato nelle mani della ’ndrangheta, perché questo è il compito per il quale l’organizzazione criminale dei Pesci sarebbe stata retribuita dai committenti con una cospicua percentuale del valore del carico recuperato.

Gli investigatori sostengono dunque che, insieme ai suoi più stretti collaboratori, Del Vivo avrebbe analizzato la situazione e strutturato un piano, assegnando i ruoli, munendosi di telefoni “vergini”, autovetture “pulite” e individuando i complici all’interno del porto che dovevano intercettare il container, sistemarlo sul piazzale e nella posizione più idonea per lo scarico.

Del Vivo, sempre dietro il pagamento di “mazzette”, avrebbe potuto contare su una fitta rete di conoscenze nell’ambiente portuale e di guardie giurate “infedeli” per garantire il transito dell’autovettura utilizzata dal commando per introdursi nel Porto durante la notte.

“DOVE TE LA PORTO LA BIMBA?”

Il 10 settembre tutto era pronto e gli inquirenti ne ebbero certezza a seguito della captazione di un messaggio in codice mandato dai Pesci ai Calabresi: “se autorizzate ad andare, dove te la porto la bimba?” "io non ho dubbi, ho solo certezze fratello, dimmi dove ti porto la bimba".

I tre Pesci – secondo la ricostruzione degli inquirenti – sarebbero partiti da via della Bassata, in direzione Darsena, e una volta entrati nel piazzale a bordo di una piccola utilitaria, monitorata dai militari con un localizzatore satellitare, si sarebbero portati nella zona indicatagli dai complici portuali individuando il container riportante la sigla identificativa scritta sul “pizzino” consegnato a mano a dallo ’ndranghetista.

Dopo aver violato il sigillo sulle porte del container, i malviventi uscirono senza essere controllati dai loro complici di guardia al varco, ignari però di essere osservati dalle due forze di polizia, mimetizzate nell’ambiente circostante. Una volta usciti dal Porto, nei pressi dell’abitazione del capo D.R. (dove la droga, secondo i piani dell’organizzazione, doveva essere sorvegliata con due uomini armati), Finanzieri e Carabinieri intervennero arrestando i tre uomini a bordo dell’auto, sequestrando 134 kg di cocaina trasportati nel bagagliaio, droga che era suddivisa in 120 panetti, contenuti in 5 grossi zaini.

I panetti, una volta immessi sul mercato, avrebbero fruttato all’organizzazione ‘ndranghetista, una cifra pari a circa 5 milioni di euro.

Le indagini successive avrebbero consentito agli investigatori di individuare tutti i presunti appartenenti al GruppoPesci”, e di attribuire il ruolo svolto da ciascuno nell’organizzazione. Pertanto, accogliendo la richiesta della Procura della Repubblica di Firenze, il GIP ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti degli indagati per il reato di traffico illecito di stupefacenti.

Aggiornata alle 12:20