La fede antica degli albanesi in Calabria nel diario di ‘viaggio’ di Mons.Giovanni Mele tra i paesi arbereshe del primo Novecento

12 febbraio 2019, 12:08 100inWeb | di Vito Barresi

Vi fu scontro guerresco e violentissimo con teatro la Calabria, tra il 1448 e oltre tutto il corso del Cinquecento, tra calabresi e albanesi in ogni angolo di contrade e borghi, tra le vallate scannatoi di nemici e giudei e le pianure aride d’estate e pluvionali d’inverno, tra le marine ghiacciate dai venti balcanici e le incombenti montagne di lupi feroci e indigeni assassini, luoghi che da lontano luccicano ancora oggi di abbagliante bellezza naturale, stalattiti di spiritualità raffinata dal contrasto tra l’odio e l’amore, cuore intricato e prezioso al centro tra est e ovest, nord e sud del Mediterraneo. E qui che avvenne una delle più cruente guerre a bassa soglia che la storia europea annovera nel suo vastissimo atlante di conflitti religiosi e settari, scontri etnici territoriali, astio comunitario e quanto altro si può aggiungere a simile terrificante inventario.


di Vito Barresi

Su questo sfondo s’innesta il resoconto, un vero e proprio report ante litteram di genuina impronta sociologica, effettuata da un uomo di Chiesa, allora un giovane parroco di rito latino, il Reverendo D.Giovanni Mele, Delegato Apostolico delle Parrocchie di Rito Greco dell’Arcidiocesi di Rossano incaricato dalle autorità vaticane, nel quadro delle indicazioni contenute nel Motu Proprio Orientis Catholici di Sua Santità Benedetto XV, pubblicato nel 1917 al fine di risvegliare alla speranza dell’antica prosperità l’Oriente cattolico, di redigere un'inchiesta sulle condizioni religiose in cui versavano le antiche popolazioni albanesi di Calabria, cattoliche e di rito orientale, resistite per secoli e secoli all’avversione, alla repressione e alla discriminazione sia delle popolazioni locali che della stessa Chiesa Romana.

La visita di Giovanni Mele ai paesi arbereshe di Calabria e Lucania nel 1918, che appare fresca di pubblicazione con lo stesso titolo, a cura di Gaetano Passarelli, per Graphe.it edizioni in Perugia, a pieno titolo annoverata tra i documenti più importanti per ricostruire la storia dell'Arberia, è un documento di preziosa importanza storica, tutt’altro che antiquario, che si contraddistingue per il suo stile di diario etnografico, in cui si appuntano osservazioni di carattere storico, sociale, religioso di almeno 30 comunità arbereshe di Calabria e Basilicata intorno agli anni Venti del 1900.

La lettura, al vaglio della critica e della comparazione contemporanea, fa brillare di nuovi significati le annotazioni di Giovanni Mele che, non fantasticamente, sembrano fotogrammi di una pellicola dei Fratelli Lumiere in viaggio in un angolo del sud europeo.

Le pagine del libro passano in rassegna resti, vestige, scorci, dolorose fratture umane e antropologiche, (particolarmente interessanti le osservazioni sulla vita ecclesiastica tra il popolo e nelle parrocchie, nel quadro di una ricognizione in chiave di sociologia religiosa, con acuti spunti sulla condizione di vita materiale del clero, la sua formazione, la caratura culturale dei sacerdoti e dei prevosti, la conoscenza teologica e pastorale di una sorta di quarto stato sacerdotale, il comportamento sociale e i costumi anche sessuali dei parroci di luoghi sperduti), intensamente racchiuse nelle atmosfere e nelle scene di interni di chiese rurali abbandonate, con le loro statue e sacramenti tra altare e festività, nei cimiteri con o senza spazi per gli acattolici, nella regolare o svogliata, talvolta anche manomessa, tenuta dei registri parrocchiali, il degrado di paramenti e arredamenti sacri, tutto un mondo di reliquie religiose scomparse e in stato di precaria conservazione, testimonianze dirute di un tempo passato a sedimentare la scossa irruenta dei primi drappelli ‘militari’ e guerriglieri composti dagli albanesi che giunsero in Calabria nel secolo XV, chiamati da Alfonso I d'Aragona, ricompensati con la donazione, nel 1448, di alcuni territori su territori confiscati al ribelle Marchese di Centelles, marchese di Cotrone.

Sotto traccia un vero e proprio scontro di civiltà tra gli eredi Bruzi della Magna Grecia e gli Arberischi provenienti dai Balcani, un misto di persiani e greci contrapposti ai macedoni di indomabile stirpe, tutti indizi che restarono appesi nei corpi e nella memoria di uomini e donne, comunità e luoghi che difesero strenuamente la propria identità linguistica e religiosa.

E tra questi in maggioranza i cattolici di rito Greco, cioè quanti abitavano in Epiro e Albania, scampati in più fasi della loro storia alla dominazione e alla repressione dei Turchi, che raggiunsero l'Italia per trovare scampo e nuove speranze, stabilendosi in Calabria e Sicilia. E qui vi mantennero i costumi, le tradizioni del popolo greco, specialmente i riti della loro chiesa, accanto a tutte le leggi e le consuetudini che avevano conservato nel corso di lunghi secoli.

Tuttavia episodi di conflitto e di ostilità nei confronti dei fedeli di rito greco si spensero definitivamente quando nel 1919 si stimò opportuno di prendere in considerazione la proposta che tutti i greci della Calabria soggetti ai presuli latini venissero tolti dalla giurisdizione ordinaria di quei vescovi costituendo un'unica diocesi di rito Greco.

Alla nuova diocesi, chiamata di Lungro, vennero assegnate le parrocchie con tutti i fedeli sia diritto Greco che di diritto latino staccandole e separandole dalla Arcidiocesi di Rossano (San Demetrio Corone, San Giorgio Albanese, Vaccarizzo, Macchia; dalla diocesi di Bisignano (San Benedetto Ullano, Santa Sofia d'Epiro); dalla diocesi di Cassano (Acquaformosa, Civita, Firmo, Frascineto, Lungro, Plataci, Porcile, San Basile); dalla diocesi di Anglona (Castroregio, Farneta, San Costantino Albanese, San Paolo Albanese).

L'area dei paesi arbereshe di rito greco ortodosso bizantino, circondata come una riserva linguistica , una enclave religiosa dalle più forti diocesi latine che hanno sede nella parte della Calabria ionica del Nord, si costituisce storicamente, come un territorio di ibridazione e di continuo scambio culturale e religioso, spazio di un sacro condiviso tra oriente e occidente.

In chiave di rilettura storico-sociologica il libro del primo Vescovo della Diocesi di Lungro, mons. Mele, si prospetta come utile spunto per approfondire la politica del Vaticano nei confronti delle minoranze etnico linguistiche, in questa caso specifico individuando una linea, un principio di riconoscimento della specificità, della libertà è dell'Autonomia a favore del rito Greco.