Mons. Staglianò: Povero Natale 2020 al freddo e al gelo della Pandemia

24 dicembre 2020, 08:15 Opinioni&Contributi

“Povero Natale 2020! Al freddo e al gelo della Pandemia, Gesù nasce povero tra poveri, per tutti”. Con questo titolo, il vescovo di Noto, monsignor Antonio Staglianò, ha voluto presentare il messaggio natalizio di quest’anno, rivolto alla comunità diocesana, in un tempo particolarmente drammatico, a causa della pandemia di Covid che ancora tiene in ginocchio l’umanità intera.


di Alessandro Paolino

In questo momento di smarrimento e di angoscia, la parola del pastore della Chiesa netina diventa un’accorata esortazione a riscoprire il valore del Natale, ridotto ormai a una festa consumistica, privata persino del Festeggiato, Gesù Cristo, il Verbo di Dio nella carne, rivelatore dell’amore del Padre, nato povero tra i poveri, per schierarsi dalla parte degli ultimi di questo mondo.

“Un Natale malridotto - precisa nell’incipit del messaggio monsignor Staglianò -, uno strano Natale, il Natale pandemico. Non sembra Natale!”. Certamente non è il solito Natale, quello delle “festività commerciali” - scrive il vescovo - dove ognuno gode per sé, prigioniero del proprio egoismo.

Un Natale che - pur nella difficoltà del momento presente - appare tuttavia “provvidenziale”, perché lo si possa riscoprire nella sua verità e “umanizzarlo” con “la scoperta del ‘noi’, dell’essere un’unica famiglia e un’unica umanità - leggiamo nel messaggio - aperta alla speranza di una vita sempre nuova, perché nuove sono le possibilità di vivere amando, di dare ali all’amore e alla solidarietà, alla comunione, all’amicizia, alla fraternità: solo qui restiamo umani”.

Si può scoprire così la verità del Natale di Gesù: quella di un Natale “povero”, quello per esempio della “bruttezza” del Presepe che è la condizione di indigenza in cui nasce il Salvatore, per solidarizzare con i poveri di ogni luogo e di ogni tempo.

Il Figlio di Dio è nato in questa precarietà, “perché nessun essere umano nasca come è nato Lui, in queste miserevoli e disumane condizioni”. Per monsignor Staglianò far nascere Gesù nel proprio cuore allora significherà impegnarsi “a far in modo che nessun essere umano - nemmeno un migrante che si presenta sulle coste della Sicilia nel grembo di sua madre col pancione - dovrà nascere al freddo e al gelo dell’indifferenza e dell’incuranza del mio cuore”.

Così, “Il Natale povero di Gesù - scrive ancora il vescovo - insegna a dare maggiore attenzione di cura ai più vulnerabili, sentendosi fortemente interpellati dal loro grido di dolore”. Perché in definitiva è questo il vero Natale celebrato sopra “l’altare” della sofferenza umana; ecco perché - aggiunge il presule - “In questi giorni in cui ci prepariamo al Natale, in cui inutilmente si discute dell’orario della messa di mezzanotte, siamo chiamati a ritrovare, nella povertà come apertura all’altro, la spinta e la capacità di rinnovare il grande miracolo dell’amore, che ha come primo gradino la giustizia e diventa efficace se l’impegno è corale”.

Il Vescovo cita poi l’ultima Enciclica di Papa Francesco, “Fratelli tutti”, con l’invito alla fraternità e all’amicizia sociale, insieme al messaggio per la giornata mondiale dei poveri 2020: “Tendi la tua mano al povero” e al Secondo Sinodo della diocesi, che esorta a riconoscere nei poveri non soltanto persone da aiutare ma “il luogo in cui anche noi dobbiamo collocarci se vogliamo stare con il Dio di Gesù Cristo” (decisione sinodale 46). L’amore del cristiano ai poveri non è opera del singolo - dichiara il vescovo -ma “esige una coralità, lo sforzo comune, quello del ‘corpo ecclesiale’ che ormai vive della legge dell’amore, la cui misura è la Pasqua di Cristo, capace di creare l’empatia eucaristica”.

La chiusura egoistica ai poveri comporta “il rischio di falsificare il volto di Dio”, si legge ancora nel messaggio; “È certo una ‘eresia pratica’, ma sicuramente eresia è. Perciò, tendiamo la nostra mano al povero per stringere forte la sua e, per questa via dell’amore cristiano, confidiamo nel Dio vero, con la speranza di vederlo ‘faccia a faccia’ nel Paradiso della sua beatitudine e della sua pace, perché avremo «dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestito in nudi e visitato i carcerati» (cfr. Mt 25), avremo amato «non a parole ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3,18), con l’onorare Gesù nei poveri come facciamo con Gesù nel tabernacolo”.

Nell’amore verso i poveri si nasconde per monsignor Staglianò il tesoro di una vera sapienza cristiana: “Sapiente è la mano che si apre a benedire, solo dopo aver donato (Sir 7, 32). Sapiente è colui che si da pensiero per i bisognosi di pane, senza dimenticare i bisognosi di perdono (Sir 7, 33). Sapiente non è colui che scansa i tristi,ma che ne conosce il domicilio (Sir 7, 34). Sapiente non è colui che pensa agli infermi,ma colui che li visita (Sir 7, 35). Sapiente è colui che in ogni opera buona esaurisce la sua ricerca, senza cercare altro se non il bene, perché si ricorda della sua fine (Sir 7, 36).

In questo cammino, nel quale impariamo la sapienza, potremo pregare con le parole del Salmo 89: «insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (Sal 89,12). Ogni retrocessione in questo apprendistato porta invece a scadere verso la stoltezza, l’orgoglio, l’empietà, la vanità, la superbia e la malvagità, vere antagoniste dell’umanità sapiente”.

Non manca nel messaggio un richiamo alle Istituzioni, affinché si adoperino decisamente a favore dei poveri con “politiche specifiche, capaci di occuparsi non solo dei mercati e degli scambi di merci ma anche e soprattutto di lotta alla povertà per consentire a tutti sicurezza di vita, lavoro dignitoso e autonomia economica. Un'attenzione particolare andrebbe rivolta alle politiche fiscali in modo che in questo tempo di pandemia non assumino caratteri di vessazione ma aiutino, piuttosto, a rialzarsi e reggersi quanti nel mondo imprenditoriale e lavorativo sono caduti o stentano a rimanere in piedi”.

Nonostante i tempi difficili che stiamo vivendo a causa della pandemia, il vescovo incoraggia poi la comunità a non smarrire la fede in un Dio che è solo amore: “Dobbiamo aver fede in un Dio buono e amante degli uomini, in particolare di chi più soffre, di chi più è emarginato, soffocato dalla cultura dello scarto, di chi è più povero, immiserito da un sistema di sviluppo globale che non vuole distribuire equamente la ricchezza e, perciò, crea ogni giorno milioni di poveri sempre più poveri”.

Infine conclude: “È l’amore che libera ogni gesto d’amore, perché è l’amore di Dio in noi, e non tanto il ‘nostro’ amore che sarebbe preso sempre nelle morse delle nostre chiusure”, ringraziando inoltre “quanti si sono prodigati senza risparmio di forze per dare un volto così bello e luminoso alla carità verso i poveri” e quanti sono “impegnati nel servizio già difficile di accoglienza a profughi e immigrati” i quali “non si sono lasciati fermare dalle nuove difficoltà imposte dalla pandemia, né tantomeno hanno ceduto a pregiudizi velleitari richiamanti il razzismo”.