Fermiamo lo ‘scempio’ della Abbazia di Corazzo. Appello per salvare un monumento simbolo della cultura medievale europea

10 settembre 2020, 10:10 Il Fatto

Come sempre accade in Calabria il silenzio è aureo quando si tratta di difendere gli obiettivi di ben determinati gruppi di interesse esclusivi, chiusi, forti di alleanze e di protezioni varie nel sottogoverno dei beni culturali e ambientali. Ma non sempre si può accettare supinamente che il patrimonio monumentale e archeologico venga meramente ridotto alla logica del mercato, dell'economia di sostegno e della facile politica dell'intervento costi quel che costi, si guadagni quel che si guadagna.


di Vito Barresi

Potrebbe essere ancora una volta non un caso, potrebbe ripetersi comunque questo schema del tutto “invalidante”, magari attorno al caso di un discutibile e, per molti attenti esperti, forse pure “minaccioso” progetto di restauro conservativo che, sotto la regia del Mibact e del suo dirigente regionale architetto Pasquale Lopetrone, con l’appoggio dei competenti dipartimenti della Regione Calabria, potrebbe minare irrimediabilmente l’originalità storica del complesso monastico di Corazzo (QUI), fondato nell'XI secolo dai benedettini e ricostruito dai cistercensi nel 1157, che vide tra le sue navate, stanze, celle e cenacoli il profetico e dantesco abate Gioacchino da Fiore.

Poi che come al solito siano in alacre movimento e dinamismo vere e proprie cricche di potere, lobby pseudo culturali che lucrano su monumenti, archeologia, posti statali, grandi appalti di scavo e di restauro, in Calabria come a Roma non dovrebbe essere una novità per nessuno.

Vi è la codificata abitudine, il gattopardesco cambiare tutto per non modificare niente, negli assetti del potere e dei circoli di denaro e nobiltà che continuano a dominare la Calabria, a far finta di essere normale lo spoglio del lungo catalogo, un elenco infinito che parte da lontano, da un Ottocento del Grand Tour e degli avidi e rapaci grandi e anonimi “scopritori” dei meravigliosi pezzi dell'antiquariato bruzio, quelle scoperte e quegli scavi tra rovi, rovine e resti che fa ancora favoleggiare gli ultimi rampolli delle famiglie feudatarie, sulle storielle dei propri avi che come i Re Magi portava oro e monete nelle casseforti della Casa Reale per conquistare posti di comando e lucrare prestigio alla corte e nella capitale del Regno d’Italia.

Oggi le cose non sono affatto cambiate, anzi si può arguire che siano ancor di più peggiorate nel panorama dei beni culturali, archeologici e monumentali della Calabria.

Persino deteriorare, a giudicare da quel che avviene, nella cornice di un tombale silenzio, fin quasi a sfiorare l’omertà, attorno a un discutibile, sia nella forma che nell’opinabilità del merito e delle procedure di istruttoria e verifica amministrativa, progetto di restauro e conservazione, talmente aggressiva da far sembrare già nel rendering, la figurina che alleghiamo in foto a questa inchiesta, la preziosissima Abbazia di Corazzo in quel di Carlopoli come fosse il frontone di contenimento in cemento armato di uno svincolo autostradale.

Poi che aggiungere, almeno in questa puntata, se non che lascia molto pensare il modo e la fretta con cui si è tentato di “cementare” a presa rapida il consenso con l’annuncio di restaurare a fini salvifici il suggestivo monumento, mettendo per intero la pubblica opinione nazionale di fronte a un inappellabile dato di fatto?

Cioè la ben calibrata e meditata scelta di annunciare e pubblicizzare la prossima apertura dei cantieri edilizi nella valle della frazione Castagna, non in un giorno canonico dell’anno 2020, bensì il 14 agosto, vigilia di Ferragosto, non in un periodo di tranquilla normalità ma nel bel mezzo e pieno di una stagione contrassegnata dall’emergenza della pandemia, dalla paura che le attività economiche e gli investimenti di stato possano improvvisamente fermarsi per un nuovo lockdown.

Si, perché ad accendere i fari sul milionario restauro dell’Abbazia di Corazzo in territorio del comune di Carlopoli, abbiamo avuto la sensazione che siano stati in molti ad essere infastiditi.

Tutti a loro modo interessati in qualche modo a sedare il fatto che fa scalpore, che tutta la città ne parli, prendendo a male i sopralluoghi e i dubbi legittimi su un progetto di restauro, fin quasi a offendersi, e persino a fare nel loro piccolo una vera e propria “cancel culture”, bannando il post del nostro pezzo dai gruppi social silani.

Difensori dei beni culturali a gettoni, praticamente da mezzo secolo alla greppia dei sostegni di Stato di Soprintendenze e Parchi Nazionali, archeologici e naturalisti, hanno sviluppato una rete di interessi e clientele davvero spaventosa.

Squarciare il velo di connivenze e interessi che sui beni culturali, monumentali e ambientali della Calabria da tempo permane, una cappa di paura e ricatti che molto spesso sfocia in specifiche inchieste dell’Arma dei Carabinieri, la stessa che attenta e benemerita ogni tanto mette a segno qualche esemplare azione repressiva, volta a fermare il pullulante mercato clandestino di arte, archeologia, persino pietre, selciati, resti, manufatti, bronzi e blocchi di natura o borghi rurali tranquillamente imballati e spediti in ogni parte del mondo, appare quanto mai impellente, prima di tutto per ristabilire ordine, legalità e sicurezza in questa vera e propria foresta di confusione e selvaggia “deregulation” dell’intero comparto dei beni culturali, archeologici e monumentali della Calabria.

Un patrimonio comune e di inestimabile valore divenuto un mercato di scambio, un luogo sordido di mercimonio e attività al limite dell’illecito.

In ultimo giova anche evidenziare che lo “scempio” di un monumento simbolo della cultura medievale europea, forse non del tutto casualmente, sta per avvenire anche con certa, non sappiamo quanto negligente complicità, di parte del giornalismo italiano, attento alla pagina di colore e di moda, lo stesso che vivacchia con ormai noiosi ed edulcorati reportages, tra intelligenze di comodo e complici silenzi.