Tra ‘ndrangheta e pedofilia trent’anni di carcere a due parroci calabresi. Quando la Chiesa di Crotone va in vacanza senza ‘il coraggio di parlare’

14 luglio 2020, 16:00 Il Fatto

Tempo di vacanza e ritiri spirituali per la Chiesa in Italia, dopo un periodo di pandemia che ha scompaginato i riti stagionali del calendario liturgico dalla Quaresima alla Pasqua fino oltre la Pentecoste, con la conclusione, non senza polemiche sulle restrizioni di libertà per i credenti, del lungo “lockdown” che ha segnato nel profondo il cuore dei fedeli.


di Vito Barresi

Alle spalle anche per la diocesi Crotonese un periodo molto difficile. Non solo perché il 2020 passa nell’archivio ecclesiastico per essere annotato “annus horribilis” per la pandemia che ha cancellato il più importante appuntamento della fede mariana, lasciando spaesata per intero la platea della devozione popolare, nell’impossibilità di svolgere la plurisecolare festa della Madonna di Capocolonna.

Ma poi ancora perché gli annalisti di storia religiosa avranno da annotare in cronaca che dopo il cinquecentesimo anniversario dell’Icona Sacra si è dovuto annullare il tradizionale, comunitario e spettacolare evento del pellegrinaggio notturno verso il santuario di Capo Lacinio.

E infine che tutto ciò, e non si spiega per quale segno celeste, è accaduto proprio in coincidenza con l'ingresso in diocesi del nuovo arcivescovo mons. Angelo Panzetta, in sostituzione del pensionato don Mimì Graziani, che si ricorderà, purtroppo, per aver dovuto portare la croce e ravvivare il costato sanguinante, le ferite impresse a stimmate al pastore e al presbiterio tutto, da due clamorose e sconcertanti inchieste della magistratura.

La prima, in ordine di successione, quella sulla Misericordia (QUI) che ha portato alla condanna a 14 anni di carcere per l’ex parroco di Isola Capo Rizzuto, il rosminiano “don” Edoardo Scordio (QUI), accusato di far parte di un sodalizio di ’ndrangheta.

La seconda, sulle presunte scelleratezze e abusi sessuali ai danni di minori, l’ex parroco della parrocchia di Belcastro, comune in provincia di Catanzaro ma ricadente nella vicaria crotonese, don Roberto Mastro, condannato a 13 anni di reclusione (QUI).

Tra don Scordio e don Mastro la Legge ha scagliato contro la Chiesa di Crotone-Santa Severina ben trenta anni di carcere, quasi un ergastolo che colpisce in faccia il clero calabrese, infrangendone l’affidabilità, l’autorevolezza e la dignità.

Eppure è come se niente sembra essere accaduto, quasi una piuma e non invece una pietra di scandalo, nulla di così rilevante tra il sagrato e l’altare, dove impera un silenzio che in Calabria suona altrettanto inquietante e tetro quanto quello dell’omertà.

Quando semmai c’era da aspettarsi lo scampanellio di un “Propter Sion non tacebo” comunque tale da far rimbalzare da pieve a pieve le parole di papa Francesco secondo cui tali gravi vicende:

“richiedono una seria e consapevole conversione dei cuori per una rinascita spirituale e morale… è necessario un grande e quotidiano atteggiamento di libertà cristiana per avere il coraggio di proclamare che occorre difendere i poveri e non difendersi dai poveri, che occorre servire i deboli e non servirsi dei deboli”.

L’estate 2020 passerà anche sulla Chiesa Cattolica calabrese e crotonese in fretta senza che nulla si è detto e approfondito sulla rilevanza e il discrimine di una questione apertamente teatralizzata tra le cappelle ecclesiastiche e le aule della giustizia.

Due casi che sul corpo e sul volto di questa importante arcidiocesi calabrese e jonica, rimasta per molti decenni immune dagli scandali della mafia e della pedofilia, lascerebbero soltanto qualche scalfittura del momento.

Niente di più che una piccola pagliuzza che si sperde nel glauco fondale di un cristianesimo atavico, antico, mediterraneo. Silenzioso.