Covid. Prima morte a Crotone, la lettera del figlio: “da lassù aiutaci a sconfiggere questo male invisibile”

21 marzo 2020, 13:35 Opinioni&Contributi

Natale è il figlio di Francesco, l’uomo di Crotone che il 19 marzo scorso è deceduto nell’ospedale cittadino (QUI) e che purtroppo è assurto alla cronaca per essere il primo decesso avvenuto nella città pitagorica dall’insorgere dell’emergenza coronavirus. Natale ha voluto affidarci questa sua lettera ad un genitore, volato via, di cui andava fiero e che questo maledetto virus ha strappato agli affetti proprio nel giorno della festa del papà.


di Natale Schettini

Caro babbo dal bene che ti voglio tira fuori il portafoglio” ... è una delle tante frasi simpatiche che ci hai sempre raccontato, sin da quando eravamo bambini ci hai raccontato la vita passando da questi simpatici e bizzarri modi di dire, canzoni strimpellate, proverbi e barzellette che venivano dalla tua terra, dai tuoi amici da tutto il mondo nel quale sei vissuto e dove si sono formate le tue radici.

Già, perché tu sei così sei uno specchio, il riflesso cristallino e limpido di una terra fatta di persone umili semplici senza fronzoli. Ed è vero, sei così semplice, autentico, apparentemente ingenuo, con la testa in quelle piccole cose che per te sono tutto.

Ho sempre ammirato la tua capacità di entrare in contatto con le persone, di fartele amiche, quella tua empatia spontanea che ti rende simpatico a pelle, quel tuo sorriso genuino che tutti ammirano, quella tua abbronzatura profonda che dura tutto l’anno.

È il colore della terra quello, del sole e del vento che ti si legge in faccia, nulla di artefatto semplicemente tu. Già, papà, perché la terra per te è tutto, le tue piante, i tuoi animali, il tuo giardino, i trattori, le campagne estive sui mezzi, giornate infinite, calde spossanti tra la polvere, la fatica il sacrificio ... giornate allo stesso tempo appaganti, perché “chi semina raccoglie”, lo dici sempre.

E non ti importa nulla di fare bilanci, di quello che dice la mamma e i tuoi figli, quello che importa è lavorare e farlo a modo tuo, è quello ciò che ti appaga. Ed ho sempre ammirato la tua capacità di inventarti il lavoro, di creare occasioni dal nulla, di partire al mattino con i tuoi broccoletti e le cime di rapa che la famiglia ti aveva aiutato a raccogliere, e tornare a casa con uno scatolino di monetine. Erano pochi spiccioli, magari non valevano la fatica fatta, ma per te erano tutto.

Papà, ho anche ammirato molto la tua voglia di evadere; sì, è vero, ti domandi come può essere, dopo tutte le critiche e le ramanzine che ti facciamo. Si l’ho ammirata perché in quell’ora al bar con i tuoi amici, dietro quelle carte tornavi bambino ... e poi vuoi mettere la felicità di vincere la partita e tornare a casa con ben due lattine di coca cola?

Tutto questo e tanto altro sei tu, un uomo con mille difetti ma con una forza e una caparbietà che fanno invidia a chiunque. Ho sempre saputo dentro di me che non ti saresti mai staccato da questo mondo, non saresti mai venuto a Milano ... per fare cosa poi?

Anche lì riuscivi a fare amicizia con tutti, ma ... non era lo stesso. L’ho sempre detto ai miei amici che non ce la si faceva a staccarti da lì, nonostante con la mamma e i fratelli ci piacesse fantasticare di vederti al nord con un tuo orto, a preparare i broccoletti e le cime di rapa per noi ... e magari anche per venderli, che lì vanno a peso d’oro!

Papà, ti scrivo questa lettera perché non l’ho mai fatto e perché sono certo che se lo avessi fatto non l’avresti letta, avresti chiesto a mamma di farlo per te, troppo sbattimento ... più facile chiedere alla mamma o ai tuoi figli, facevi così persino quando guardavi la tv.

Però papà un po’ di cose in questi miei 40 anni le ho fatte e so che di questo sei sempre stato molto orgoglioso, così come lo sei stato di tua figlia e del tuo piccolo. Non ci hai mai perdonato di essere tutti andati via dalla tua terra per seguire gli studi e un lavoro diverso ma tutti i tuoi amici sanno quanto sei fiero di noi.

Papà ho iniziato a scrivere questa lettera per non impazzire, per mettere su un foglio elettronico i mille pensieri che mi frullano nella testa da quel maledetto momento quando ho ricevuto quella chiamata dall’ospedale.

Ti ha portato via un male arrivato da lontano, dalla Cina, da quelle persone che per te erano di un altro mondo ... ma che ti stavano molto simpatici, le cinesine le chiamavi in modo ironico, così come ti stavano simpatiche tutte le persone buone del mondo.

Questo male è arrivato da lontano e ti ha preso nella tua campagna, ti ha preso mentre eri distratto forse in una di quelle sere sempre dietro a quelle carte. Ma figurati, dicevi, stai tranquillo, anzi state attenti voi lì a Milano, nella metropoli dove arrivano da tutto il mondo ...

È stata la peggiore festa del papà che potessi vivere, è stato il peggiore giorno della mia vita, una luce si è spenta all’improvviso e sono rimasto al buio. Dopo tanto lottare hai deciso di mollare la presa, di allentare la stretta di quella tua mano tanto forte quanto non ne ho mai viste e ci hai lasciati così.

Ed è questo il momento in cui capisco finalmente quanto sei parte di noi, quanto sei dentro ogni mio gesto, ogni mia azione, dietro ogni decisione e chiave di lettura “romantica” della vita ... in tutto quello che faccio, nel mio lavoro di ogni giorno, dall’altra parte del tuo mondo e nel mio vivere quotidiano non sono altro che il riflesso di quello che mi hai dato, nonostante chi ci conosce entrambi dica che è il contrario, nonostante ci abbiano sempre definiti diversi (e mia moglie questo me lo ha detto spesso).

È per questo che tu non andrai da nessuna parte, tu sei dentro di me, sei dentro la tua famiglia, dentro i cuori di tutti i tuoi amici anche di quelli che, nella loro ignoranza, vittime anche loro di una situazione estrema mal gestita, ti hanno portato via.

Non so come faremo a superare questo strazio ma so per certo che l’unico modo è quello di tenerti fermo dentro di noi. Non so come chiudere questa lettera, non vorrei mai averla iniziata, ma so che in fondo dietro a questa tua dipartita c’è la tua decisione di farci prendere cura della mamma, della tua sposa, della persona dalla quale non ti saresti mai potuto allontanare.

Ci dicevi sempre che “na mamma fà ppi centu figgi ma centu figgi nù fannu pì na mamma”, per questo ora ci devi aiutare da lassù a salvare almeno lei ... lei e gli altri che come lei stanno lottando contro un male invisibile, per la propria vita. Fallo ora che hai potuto riabbracciare la tua di mamma, fallo prima di iniziare ad indaffararti con qualche altro lavoretto, lassù.

Un abbraccio infinito.