Regione Calabria al bivio tra Politica e Brigantaggio. Storia vera di Maria Oliverio un’efferata brigantessa che appassionò Alexandre Dumas

18 novembre 2019, 19:15 100inWeb | di Vito Barresi

Aveva 17 anni quando divenne moglie del brigante Pietro Monaco, capo di una famigerata banda di malfattori che imperversava nei territori silani, specie in quelli viciniori all'agro di San Giovanni in Fiore.


di Vito Barresi

Si chiamava Maria Oliverio, detta “Ciccilla”, e nacque a Casole Bruzio, il 30 agosto 1841, morta in quel lugubre Forte di Fenestrelle, più o meno intorno al 1879, la famosa brigantessa che, all’indomani della proclamazione del Regno d’Italia di Vittorio Emanuele II, nel marzo 1862, fu arrestata, assieme alla sorella Teresa, dal Maggiore Pietro Fumel.

I motivi della sua prigionia nelle segrete sotterranee, trasformate in carcere, del Convento di San Domenico, di cui oggi si scorge ancora qualche rudere di mura in quel di Celico, furono immediatamente chiari alle popolazioni calabresi che subivano il fuoco incrociato, con la furia della repressione politico-militare piemontese, del brigantaggio nelle province calabre annesse all’Italia.

Ed erano quelle di indurre il marito Pietro Monaco a costituirsi, come lei stessa ebbe a testimoniare al suo processo.

O forse, osservarono altri, col più preciso scopo di 'ricattare' il marito affinché uccidesse alcuni briganti filoborbonici tra cui Leonardo Bonaro e il capobanda Pietro Santo Piluso, detto il Tabacchera, che poi vennero tolti puntualmente di mezzo con la stessa facilità con cui oggi si farebbe fuori uno scomodo concorrente in politica, che vorrebbe prendere un posto in prima fila alla Regione Calabria.

Maria Oliverio detta “Ciccilla” passò in carcere due mesi e ne uscì che aveva vent’anni, età evidentemente 'giusta' per ammazzare spietatamente la sorella accusata di averla calunniata, eliminandola con orribile violenza, 48 colpi di scure, in presenza dei tre figli della sciagurata germana.

Un passaggio che le permise di entrare a far parte stabilmente e con “rispetto” della banda di briganti comandata dal marito e commettere i più terribili gesti delittuosi che anche i Procuratori e i Giudici dell’epoca in quella verdeggiante Calabria, a Catanzaro e Cosenza, ne restarono inorriditi per sequestri, rapine sanguinarie a mano armata altrimenti grassazioni, furti, incendi, omicidi, uccisioni di animali domestici.

In quella Landa Desolata che era il Bruzio ottocentesco non diversa per tanti appigli da quella novecentesca, si diffuse la voce che pendessero sulla bella e trucida brigantessa ben trentadue capi di imputazione, minuziosamente elencati durante il processo a suo carico che si svolse al Tribunale di Catanzaro, era il febbraio 1864, appena dopo il suo concitato arresto, rea confessa del solo ed efferato germanicidio.

Con la famigerata banda di Pietro Monaco, la Oliverio si fece protagonista di tanti episodi di brigantaggio, sequestrando nobili, religiosi e proprietari, persino il Vescovo di Tropea, acrese di origine, Mons. Filippo Maria De Simone che, secondo Alexandre Dumas, “era internato ad Acri, perché imputato di opposizione al governo”.

Impresa che impressionò e impaurì l'opinione pubblica e il Parlamento dell’appena nata giovane Italia, per il messaggio simbolico che se ne avvertiva, il senso di minacciosa tracotanza politica e sociale che recava in sé l’azione criminale e terroristica della fin troppo 'gentile' criminale in gonnella di fustagno che, con quel sequestro, sensazione di schietto sentimento lombrosiano, impeditiva e ostativa alle libertà e desiderata delle persone e del popolo di Calabria di partecipare con l'accesso al novellato impianto istituzionale ed amministrativo della Regione.

Le sue gesta, tanto spettacolari e truculente, finirono per inasprire la repressione statale, pesando dolorosamente sulle spalle del povero popolo calabrese già da allorasi trovò compresso tra l’incudine e il martello, oltre che destinato alla più crudele sorte di finire nei lager della storia europea.

Fu il giornale L’Indipendente, diretto da Alexandre Dumas, a narrare la cronaca degli anni in cui dilagavano le violenze, attribuite alla 'signora' Oliverio, tanto che lo stesso grande scrittore ne racchiuse i fatti in un racconto di sette capitoli dal titolo Pietro Monaco, sua moglie Oliverio e i loro complici”.

Tutto ebbe modo e luogo fino al 23 dicembre 1863, la sera dell’ante vigilia di Natale.

Dopo che consumarono il cenone, Monaco venne ucciso dal suo braccio destro Salvatore De Marco, alias Marchetta, con la complicità di Salvatore Celestino, alias Jurillu e Vincenzo Marrazzo, alias Diavolo, che già aveva tentato di avvelenare il gruppo qualche giorno prima.

La Oliverio raccontò nel suo interrogatorio che la pallottola sparata contro il Monaco, quella che lo colpì al cuore, ferì anche lei al polso.

Tutto vero ciò che ella raccontò ai giudici della Direzione Distrettuale Anti Brigantaggio di Catanzaro?

O forse ammazzata la sorella, favorita l’eliminazione del marito, il tutto sublimato da una plausibile e semi documentata “relazione” con il comandante delle operazioni contro il brigantaggio nella Calabria Citra e Ultra, il Generale Giuseppe Sirtori, già Capo di Stato Maggiore dei Mille, Presidente della Commissione parlamentare anti Brigantaggio, la stessa che promosse la nota Legge Pica, oltre che persona vicinissima a Giuseppe Garibaldi, la 'Ciccilla' nascondesse dietro l'identità della brigantessa, anche quelle di un’avventuriera o di una pura criminale pentita “ante litteram”?

Oliverio, indomita brigantessa ferita, per 47 giorni sfuggì alla caccia senza tregua delle forze dell’ordine, per finire catturata nel febbraio 1864, in una grotta, situata in luogo impervio a strapiombo sul fiume Neto, in agro Serra del Bosco nel comune di Caccuri, all’oggi in provincia di Crotone.

Probabilmente in quella grotta c’erano anche altri briganti della banda: Rosario Mangone di Casino oggi Castelsilano e Luigi Romanelli, alias “Cacciafrittule”, di San Giovanni in Fiore, morti asfissiati in una grotta vicino a Santa Severina il 15 febbraio sorpresi dagli squadriglieri del barone Drammis di Scandale.

Storia di ieri, romanzata dal Dumas, che si presta curiosamente a qualche semplice divagazione sul tema della politica regionale.

Un posticino davvero speciale dove i Briganti tornano sul palcoscenico non si sa se fantasmi di se stessi o mattatori in carne ed ossa.

Sta di fatto, e la sensazione è forte nel chiosare in conclusione, di ritrovarsi, ieri come oggi, su un palcoscenico ribaltato e diverso, comunque di fronte ad una non tanto sottile violenza che ordina e comanda la vita pubblica regionale, coartando libertà personale e scelte politiche dei cittadini.