Chiudere Gioia Tauro modello sbagliato di Porto Morto. Toccherà alla prossima Commissione Europea dire la verità su un colossale fallimento

15 febbraio 2019, 11:23 100inWeb | di Vito Barresi

Perchè mentre il Governo sta per decidere la chiusura di una grande opera di caratura europea come la Tav, non avere il coraggio di affermare che ancor prima bisognerebbe mettere sigilli definitivi e lucchetti serrati alla più dispendiosa, faraonica, antiecologica (uno sfacciato e vergognoso ecomostro al solo ricordare lo sterminio di floridi agrumeti ed uliveti secolari),storicamente inquinata dalla ‘ndrangheta e dalla corruzione, opera pubblica che sia stata costruita nella storia dei lavori pubblici italiani?


di Vito Barresi


Il Porto di Gioia Tauro è la matrice di una distorsione di sviluppo regionale di grandezza colossale. Da quando è stata posata la prima pietra da Giulio Andreotti l’arretratezza della Calabria si è impennata a dismisura, trascinando questa regione nella posizione di area più povera e desolata dell’intera Unione Europea.

Con un salasso di denari, finanziamenti, protezionismi e monopolismi, in barba ad ogni regola comune sulla concorrenza, si è consumato un misfatto sotto forma di sostegno allo sviluppo regionale, che a dire delle statistiche storiche sugli investimenti pubblici, ha fatto molti, ma molti più danni all’erario statale e comunitario che non il sogno lineare e solare del Ponte sullo Stretto.

Alla prossima Commissione Europea, quella verrà fuori dal voto del 26 maggio per il Parlamento Europeo, bisognerà credibilmente richiedere di redigere un dossier su questo vero e proprio scandalo europeo che perdura ai danni dei calabresi e degli italiani.

Aprire oggi una pagina di verità sul Porto di Gioia Tauro è più che mai necessario per rompere il velo dell’omertà istituzionale, spezzare l’involucro di menzogne che protegge a riccio questo scandaloso fallimento del vecchio e del nuovo ceto politico italiano che va dalla vecchia Democrazia Cristiana ai nuovi Cinque Stelle, passando dai comunisti che hanno tradito sia Gramsci che la Questione Meridionale.

Chiudere il Porto di Gioia Tauro subito, questo dovrebbe essere il grido unanime di tutti I calabresi che ancora sperano in un futuro vero per la Calabria.

Chiediamoci, ad esempio, se oggi ci fosse stato uno scrittore coraggioso e polemista, un giornalista difficile, complicato ma sferzante come Leonida Repaci, che cosa avrebbe detto, o meglio cosa avrebbe detto, magari citando un’immagine carica di simboli e significati, del poeta Giuseppe Ungaretti?

E perché noi, oggi qui, più modesti umili e cronisti di note sulla Calabria di questi primi anni Venti del nuovo secolo, ricordiamo ancora il grande poeta ermetico, richiamando la sua straordinaria e scolpita poesia, Porto sepolto, parlando di Gioia Tauro?

Perché in fondo Gioia Tauro è il vero sepolcro di uno sviluppo sbagliato, come fu tra gli anni 60 e gli anni 70 scritto e affermato dai meridionalisti più attenti e acuti, che lo stigmatizzarono giustamente in quanto cattedrale nel deserto.

Porto sepolto perché tutto ciò che ruota attorno alla prima pietra di Gioia Tauro altro non è che il simulacro di misteri e segreti di una storia Nazionale in cui si intrecciano mafia siciliana, 'ndrangheta calabrese, politica regionale e governi nazionali, malaffare e corruzione delle aziende di stato, cioè una storia inesauribile di storture, segreti e intrighi internazionali, che passarono attraverso i traffici loschi dei sequestri di persona, le rotte della droga e del contrabbando delle armi, in un Mediterraneo zona franca delle piraterie e scorrerie all’ombra dei due blocchi contrapposti.

Nonostante oggi siamo in un'epoca in cui globalizzazione, trasformazione tecnologica, mobilità planetaria e flussi migratori, abbiano profondamente modificato la collocazione nello scenario mondiale dell'Italia e della Calabria, in questa regione si continua ancora a credere che dalla voragine di un porto morto possano rinascere speranze di sviluppo e decollo.

Anzi, anche il nuovo governo leghista a cinque stelle, per dire di due suoi supercapi supremi, il Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Morra e il Ministro LL.PP. Toninelli, continua ancora a difendere il mostruoso fallimento di quella infrastruttura, richiedendo nuovi sostegni e finanziamenti a fondo perduto, mentre nel porto l'Autorità di gestione è da anni commissariata, il traffico merci e container ha subito un tracollo, l'occupazione è pagata per intero con un mascherato reddito di cittadinanza sotto forma di ammortizzatori sociali.

Sarebbe bene ritornare a studiare ad analizzare e a riflettere su quelle che furono le posizioni dei più importanti uomini politici nazionali e regionali da Andreotti a Misasi da Mancini a Craxi, per non citarne altri, al fine di comprendere come la Calabria debba uscire definitivamente dal torpore e dalla illusione suscitata da un investimento che ha sperperato finanze, denari incentivando la selvaggia accumulazione della ‘ndrangheta imprenditrice e del capitalismo mafioso.

Oggi è da questa suggestione paralizzante che la Calabria deve definitivamente uscire.

Il porto di Gioia Tauro è la vera palla al piede per uno sviluppo equilibrato di territori tra loro diversi e plurali che possono ancora dare al Paese un un imprevedibile contributo positivo, proprio per la natura stessa di un'area dislocata al centro del Mediterraneo, con tutto quel che ne deriva in termini di crocevia e passaggi di superficie e sotterranei delle reti intercontinentali che collegano tra loro Unione Europea, Nord Africa, Balcani, Estremo e Medio Oriente.

Superare il nefasto modello del porto di Gioia Tauro è il vero grande obiettivo per aprire un orizzonte un futuro ad una regione seppellita nel greto inquinato di un porto morto.