Le due sconfitte di Matteo Salvini. Dalla Sicilia sonore batoste per il Ministro di ferro e per il Governo del Triumvirato

2 febbraio 2019, 18:27 100inWeb | di Vito Barresi

Se fosse per la geopolitica, forse, non casualmente, le due ultime batoste inferte alla corazza del Ministro di Ferro, Matteo Salvini, sono venute dalla più grande isola dell’Europa del Sud, la seconda per estensione, dopo l'Inghilterra. È qui che Salvini è stato sconfitto consecutivamente per ben due volte, sia in politica estera che in politica interna.


di Vito Barresi

La prima sconfitta, per la figura di maggior spicco dell'ambiguo “Triumvirato” che detiene il potere repubblicano in Italia dallo scorso 2018, è quella subita nel cruento scontro con la nave ammiraglia della Guardia Costiera nazionale, la CP 941 U.Diciotti, e poi con il cargo umanitario Sea Wash 3, battente bandiera degli Orange’, con a bordo 47 profughi africani, battello a cui è stato impedito per più di 12 giorni in mare e 5 in rada di Siracusa, l’attracco in un porto siciliano.

Per Salvini niente di meglio sarebbe stato mettere la felpa di Braccio di Ferro, che non perdere un cimento politico giudiziario nel mare di Sicilia, che lo ha portato alla sbarra proprio in Parlamento, luogo in cui si dovrà decidere l’autorizzazione a procedere da parte della Magistratura, per accuse che riguardano la delicatissima sfera degli interessi nazionali” e degli atti contrari ad essa, nell’esercizio della carica ministeriale (Codice Penale Libro Secondo - Dei Delitti in particolare - Titolo I - Dei delitti contro la personalità dello Stato Capo I - Dei delitti contro la personalità internazionale dello Stato; Art. 241 - Attentati contro l'integrità, l'indipendenza e l'unità dello Stato).


Il ruolo peronista di un “caudillo”

di stampo sud americano


Qualunque sia l’opinione dei suoi supporter, Salvini che nel doppio profilo di capo carismatico della Lega Nord e di Ministro degli Interni, sembra voler interpretare il ruolo peronista di un “caudillo” di stampo sud americano, probabilmente anche in forza di simpatie e appoggi oltre cortina, sullo scacchiere della geografia mediterranea, ha subìto una dura lezione nel corso di questi ultimi mesi, contrassegnati dalla sua unilaterale strategia di chiudere i porti in Italia, selezionare i transiti, le rotte e i collegamenti, con evidenti ricadute e rimbalzi rispetto al quadro più complessivo della politica internazionale.

I cui big player, in testa alle superpotenze oppure ai più piccoli Stati Nazione, sembrano più che mai interessati, in questo avvio degli anni Venti del nuovo secolo, all’assetto del prossimo scenario di una macro-area di primario collegamento globale, la cui straordinaria valenza strategica è innestata nel cuore geografico planetario, questa Europa, in cui si incontrano e comunicano, si collegano e si intrecciano i mercati economici e le rotte commerciali, gli interessi e le sfere di reciproca influenza delle due grandi piattaforme continentali, africana e asiatica, con l'Unione Europea.

Il fatto di aver scelto, utilizzando gli strumenti propagandistici della lotta contro l’immigrazione clandestina, la chiusura delle vie di comunicazione marittime del più importante paese Euro Mediterraneo, cioè l'Italia, ha sicuramente avuto un riflesso straordinario ed enorme sulla disponibilità italiana, ora non del tutto certa nè scontata, alla rapida progettazione e costruzione di interconnessioni infrastrutturali (Gas&Oil), rotte marittime e portuali, fibra, cavi e condotte sotterranee, subacquee, aeree, ecc., e collegamenti tra le popolazioni più importanti nell'atlante mondiale, le stesse che sperimentano attraverso i sentieri dei flussi migratori un anticipo di mobilità sul futuro e sulla storia, cioè le grandi e nuove vie di comunicazione che dovranno essere aperte nel corso di questo secolo.


La “servitù di passaggio”:

la pretesa di ridisegnare la mappa

delle influenze e dei controlli


La chiusura dei porti imposta improvvisamente da Salvini, probabilmente, è stata interpretata anche come un esercizio vincolante, tutt'altro che retorico sebbene alla frutta giudicato velleitario dai commensali del G20, la rivendicazione di una sovranità foriera di più consistenti e significative “servitù di passaggio”, cioè la pretesa, almeno sbandierata, di voler ridisegnare la mappa delle influenze e dei controlli all’interno di un contesto regionale, in cui dovrà giocare la sua parte anche il riformato assetto degli stati nazionali balcanici.

Per questo il fatto che Salvini abbia mescolato la politica interna con la politica internazionale costituisce la novità politica più evidente in Europa, avvenimento che mette in risalto per la prima volta la straordinaria potenzialità che l'Italia potrebbe riconquistare tra Est e Ovest, Nord e Sud, sullo scacchiere internazionale.

Si farebbe torto all'intelligenza e all’intuizione non solo di Salvini ma più complessivamente di un retroterra, uno sfondo, persino un consenso ma non ancora un apparato di sostegno, che riguarda molta parte del Nord del Paese, nei suoi segmenti decisivi dell’economia e della politica, delle università e della vita regionale, dei sistemi economici territoriali e imprenditoriali, se non si tenesse conto che effettivamente una delle prospettive più interessanti per il futuro italiano si trova esattamente in questa rottura dei compartimenti stagni che hanno contraddistinto l'azione di governo e le politiche dei partiti di maggioranza del passato su tali tematiche.


L’accorta regia intorno

alla prossima apertura

di ben più enormi

"autostrade della seta"


D’altra parte l’accento nuovo di questa “svolta” si può cogliere se, in prospettiva storica, si torna a riflettere sul ruolo avuto dall’Italia nell’ambito della sua collocazione Atlantica e Mediterranea, a rileggere la politica dei governi del secondo dopoguerra, fino al caso Moro prima e a quello Craxi dopo, per come fu fortemente contrassegnata da una politica filoaraba, di contenimento della crescita e della rilevanza regionale del nuovo soggetto israeliano.

Ma è del tutto evidente che lo scontro con la Ong olandese, così come il rinnovato assist di tipo transalpino che il ministro ha strombazzato sul cantiere della TAV, che questo gioco di respiro internazionale sta avvenendo non a costo zero ma rischiando, fino al limite dell'azzardo, sugli interessi nazionali del Paese, sulle condizioni reali di sicurezza e stabilità degli italiani, sulla cui pelle, non si sa quanto a suo nome, si sta svolgendo una partita di potere ben più grande di quella del reddito di cittadinanza o della quota cento, specchietto per le allodole, per gli elettori e la pubblica opinione di un Paese profondamente indebolito dal grande freddo regressivo della recessione economica.

Si può dire, dunque, che vi è un’accorta regia, attorno a questa sovrapposizione delle rotte dell’immigrazione, intese come emergenza nazionale e la possibile, prossima apertura di ben più enormi autostrade della seta, tra il sud dell'Europa, l’Africa, specie della sponda mediterranea, il Medio Oriente e l'Asia?


Dal Referendum al “vizio occulto”

del Contratto di Governo Gialloverde


La seconda sconfitta subita da Salvini, nel giro di pochi mesi, è quella inflittagli dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando che, con la propria firma, ha autorizzato le prime quattro iscrizioni anagrafiche di stranieri, disobbedendo apertamente al Decreto Salvini sugli stranieri e sull'immigrazione.

Solo apparentemente si tratta di un contrasto di tipo amministrativo. In realtà lo scontro è un vero e proprio conflitto di carattere esplicitamente costituzionale, confermato dalle stesse parole del sindaco palermitano, secondo cui è suo “obbligo rispettare la Costituzione e ad essa adeguare la propria attività, procedendo ad una doverosa lettura costituzionalmente corretta e sistematicamente adeguata”.

È questo, infatti, a mio parere, l’elemento centrale dello scontro in atto nel Paese che, dopo il Referendum che bocciò la pretesa di riforma costituzionale del PD, Referendum che aveva creato le premesse sul piano del consenso per la successiva vittoria del MoVimento 5 Stelle alle elezioni del 4 marzo, e che vedeva su posizioni contrapposte i grillini, sostenitori della intangibilità del dettato costituzionale, versus salviniani che, non troppo paradossalmente, si trovarono a sostenere la revisione costituzionale proposta invece da Matteo Renzi.

Una divergenza non solo ideologica ma persino epistemologica, che è stata molto maldestramente cancellata dal Contratto di Governo, uno strumento che falsifica i reali rapporti di forza esistenti nella società italiana e nel corpo elettorale repubblicano, e che ipocritamente occulta e accantona l’esito del voto referendario, ciò che doveva divenire da frammento di nuova volontà sovrana, il cardine e l’architrave calcolata in termini di algebrica conseguenza politica, di un accordo tra le parti contraenti un programma di governo, che invece di fatto appare sempre più basato e firmato con il pregiudizio di questo ‘vizio occulto’.

Un fattore non ben compreso di quella equazione che porta correttamente alla soluzione dell’alternanza di regime, e che a breve si metterà ancor più in evidenza, sotto la forma di un cedimento strutturale dell’attuale Governo del Triumvirato, proprio nel momento dell’impegnativo stress test, sull’autonomia regionale sedicente ‘rafforzata’, richiesta e scalettata dopo la vittoria di referendum geograficamente parziali come quelli del Veneto e della Lombardia.

Questioni non di poco per Conte proprio in vista delle elezioni europee.