Stragi in Calabria tra Natale e Capodanno. Mentre la ‘ndrangheta spara e uccide la Commissione antimafia di Nicola Morra tace e non parla

26 dicembre 2018, 11:36 100inWeb | di Vito Barresi

I pneumatici della limousine di Stato a disposizione del Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Nicola Morra non si sono certo sporcati di fango nè di pioggia per raggiungere le colline d’argilla dell’antica enclave albanofana Puheri. Semplicemente la berlina del potentissimo capo dell'antimafia italiana non si è mossa, non è mai arrivata a Pallagorio, il paese agricolo dove è avvenuta la strage di Natale, due allevatori uccisi a colpi di lupara a un crocicchio che svolta verso l’altro centro italo albanese di San Nicola dell’Alto.


di Vito Barresi

Un’assenza, quella del Presidente dell’Antimafia Morra, che qui si vuole far notare per evidenziare che la prossimità istituzionale è spesso una chimera piuttosto declamata a Rende, a Cassano allo Jonio, a Cosenza che non invece nell’immediatezza e nell’urgenza di un drammatico attacco alla sicurezza dei cittadini e alla quiete pubblica delle popolazioni rurali.

Ciò per riflettere che nessuno altro, a parte le forze dell’ordine competenti per circondario, sono prontamente intervenute sul luogo del delitto, potendo così rispondere, allo sgomento e alle domande di tutti i calabresi impressionati dalla recrudescenza feroce del crimine mafioso.

Mai come in questa congiuntura storica di crisi, recessione e ricentraggio istituzionale, europeo e globale, è importante analizzare meticolosamente, gli atteggiamenti e i comportamenti che emergono e si manifestano in ogni singola azione criminale, per elaborarne, dal punto di vista di una rinnovata sociologia criminale, i dati che si ricavano da questa apparentemente confusa e accelerata ‘molecolarizzazione’ della devianza e della delinquenza, per fotografare e leggere quanto sta accadendo nella geografia della malavita calabrese, con il ritorno alla lupara, agli agguati, alle faide e alla vendetta.

Chiedendosi perchè, da questo perpetuo serbatoio della violenza privata, sociale e comunitaria, nonostante il gigantesco dispendio di investimenti pubblici, risorse finanziarie, personale altamente qualificato messo a disposizione dell’apparato repressivo, al di là delle continue discovery in salsa mediatica di inchieste giudiziarie portate avanti da noti giudici ‘Magistar’, la potenza di fuoco della ‘ndrangheta, continua a crescere e movimentarsi agevolmente, fuori e dentro la regione, per come amaramente conferma la sequenza micidiale prima dell’omicidio di Cirò Marina e poi del duplice assassinio nella tabaccheria di Davoli (LEGGI).

Perché se in tutto questo sfrontato e virulento attacco alle regole comuni e alle leggi penali non si rintraccerà la regia e la mano della ‘ndrangheta si verrebbe purtroppo a confermare che le eclatanti inchieste e le grandi operazioni messe in campo dalla Magistratura, potrebbero anche non sortire i risultati sperati se non quelli altrimenti autoreferenziali nella sfera del potere giudiziario e dell’ambito fornese.

Una prima impressione potrebbe indurre a pensare che lo sfaldamento e la destrutturazione della piramide verticistica e centralizzata della ‘ndrangheta calabrese abbia lasciato spazio a una varietà di micro tipologie di mafie territoriali, di quartiere e contrada, che vanno da quelle arcaiche e tradizionali a quella nuove e tecnologicamente più avanzate che agiscono sui vettori degli scambi di mercato internazionali.

Se prima si è prestata esagerata attenzione alla cosiddetta ‘mafia imprenditrice’, se in seguito il focus si è spostato alle forme e ai personaggi della ‘ndrangheta politica e dei colletti bianchi, nel frattempo si è completamente sottovalutato ciò che Braudel chiamava la permanenza di una storia delle mentalità di lunga durata, Pareto la teoria dei residui e delle derivazioni, lasciando comunque aperta la porta alle più radicate e identitarie logiche subculturali, familistiche e comunitarie.

Schematicamente si potrebbe affermare che la dinamica del crimine oggi in Calabria tende a muoversi e ad oscillare tra una ‘ndrangheta alta’ e una ‘ndrangheta bassa’ legata al retaggio della bassa plebe agricola, del sottoproletariato delle città terziarie e urbanizzate, dove il gradiente principale della ‘ndrangheta non è di per sè la sua stessa forma criminale bensì la sua ‘naturalità’ sociale e culturale.

Di fronte alle stragi che superficialmente negherebbero legami e corrispondenze con la 'ndrangheta, sorge l’importanza di riprendere un’adeguata, e scientificamente rigorosa, analisi delle classi sociali in Calabria.

E' qui infatti che si è allargata a dismisura l’area del disagio economico e sociale, la povertà, l’esclusione e la discriminazione, facendo corrispondere all’ingigantirsi disparato ed esasperato di uno strato enorme di ‘bassa plebe’, il ritorno di un ceto nobiliare e parassitario che usa lo Stato a suo piacimento,strumentalizzandone e infiltrandosi negli apparati polizieschi e giudiziari, dominando, a danno della democrazia e del confronto, l'intera scena della politica.