Gratteri getta Oliverio nella Valle dell’Inferno. Come un Brigante della Sila al soggiorno obbligato per crimini politici e mafiosi

17 dicembre 2018, 18:45 100inWeb | di Vito Barresi

Quale volete che sia per un Presidente della Regione Calabria, scaraventato dal Procuratore Gratteri e dal giudice Luberto dai comodi e ricchi divani della sua residenza in Cittadella Regionale nella Valle dell’Inferno di Lorica come un infame Brigante della Sila, la più grave delle colpe imputate a Gerardo Mario Oliverio?


di Vito Barresi

Se tornassimo ai tempi del Padula, a quelli di Antonello Capo Brigante o di altri scrittori che raccontarono la storia cupa e oscura di questa Calabria, il caso in questione si potrebbe persino dipingere e cantare a tratti da cantastorie.

O come in un film sul brigantaggio calabrese, più truculento, crudele, malversatore, eversivo e criminale a cui regista e sceneggiatore affidano al Ragioniere Gerardo Mario Oliverio il ruolo del cattivo e dell’infame che viola le leggi dello Stato, distorce e approfitta in biechi malaffari del suo immenso potere istituzionale, nell’esercizio del suo trionfante carrierismo politico (LEGGI).

Non si sa ancora come ma prima di quelle penali e giudiziarie, per la sua ormai evidente e gretta ignoranza politica, la comprovata incapacità di saper governare una regione complicata e delicata, insieme sontuosa e diseredata, frantumata e profondamente classista, quasi sul filo atrocemente genealogico e censitario, come la Calabria, la colpa gravissima di Mario Oliverio resta quella della subdola strumentalizzazione del mandato elettorale.

E poi a seguire del bieco utilizzo delle armi e dei privilegi della politica in nome di un popolo svantaggiato e socialmente discriminato, la spregevole tracotanza del suo potere personale, frutto del servilismo d’apparato finto comunista, l’appartenenza spavalda all’oligarchia di un ceto politico di vecchi e nuovi professionisti funzionari di partito che prese il posto storico della rendita fondiaria, degli speculatori d’arte e mestiere, un ceto composto da parassiti delle pubbliche amministrazioni comunali, provinciali, regionali e parlamentari, via via assurti alle cariche più importanti e remunerate dello stato.

Le accuse notificate dai magistrati al Presidente della Regione Calabria sono tanto lesive della dignità istituzionale che dal versante della dialettica democratica e costituzionale, dovrebbero costringere, davanti a tutti i calabresi, Mario Oliverio a non sfuggire con raggiri, sotterfugi e trucchetti propagandistici e demagogici, dalle proprie eventuali e gravissime responsabilità, in testa quella di aver trascinato l’istituto regionale nella Valle dell’Inferno del crimine e del malaffare.

Come dal 2014, dopo la pubblicazione del mio saggio di storia politica (Vito Barresi, “Da Guarasci a Scopelliti Storia della Regione Calabria, Editoriale Progetto Duemila, Cosenza 2014), ho ripetutamente scritto e rilevato in un sequel di articoli e approfondimenti, fin dal primo giorno della sua elezione alla carica di Presidente della Giunta Regionale, Oliverio ha messo in scena una lunga e insistente, persino fastidiosa e sfacciata, nefasta continuità, contiguità e somiglianza con la prassi amministrativa di Giuseppe Scopelliti.

La Magistratura calabrese ha inferto un colpo durissimo e pesante alle velleità di ricandidatura e riconferma, alla tracotanza e all’alterigia di un politico attualmente trattato alla stregua di un pregiudicato e che come tale è stato allontanato dalle stanze dell’ufficio regionale, messo in condizione di non toccare più atti e trattare procedure di diritto pubblico, in quanto flagrantemente ritenuto bugiardo, ambiguo, la cui sicumera e arroganza avrebbe perso ogni limite e ritegno anche di fronte alla Legge, senza più freni inibitori morali e legali.

Tuttavia, proprio mentre sto qui a credere nella sua presunta innocenza, anzi aprioristicamente ne divento assertore della sua integrità morale, a maggior ragione lo ammonisco e lo invito a non trincerarsi dietro il garantismo o altri orpelli giudiziari e forensi, trascinando nella sua stessa rovina l’intera Regione Calabria, ma a rispondere subito dei suoi atti, parimenti come fu per il suo predecessore, ex presidente Peppe Scopelliti che almeno ebbe il pudore di dimettersi senza aspettare un solo minuto in più appena ricevuto l’avviso di garanzia per il caso Fallara.

Ciò non solo per quelle rubricate in un ordinanza a firma del Procuratore Antimafia Nicola Gratteri, che ne ha ridotto la sfera della libertà personale con il soggiorno obbligato nel paese d’origine, San Giovanni in Fiore, espellendolo dai pubblici uffici della Regione Calabria, presso la Cittadella di Germaneto (LEGGI).

Non solo per l’accusa di aver commesso atti in stile e comportamento mafioso, quanto perchè pesa oggi ancor di più l’aggravante di aver gettato nel disonore tutti i calabresi, averne brutalmente sfregiato in modo vistoso, ingiurioso e strafottente la storia democratica regionalista, raccolta nelle lotte sociali, nelle battaglie di civiltà, nella costante ricerca di costruire un orizzonte nuovo di sviluppo, progresso e avanzamento collettivo.

Se ne dia perpetuo rimorso il “meschino” Ragionier Gerardo Mario Oliverio, a prova del contrario che gli auguriamo, purtroppo fin qui indegnamente Presidente di un’antica, nobile e orgogliosa Calabria, che certo saprà reagire al grave danno materiale, amministrativo, politico e istituzionale arrecato all’immagine delle istituzioni regionali da un personaggio ambiguo dalla biografia opaca che ha ancora l’ardire di reagire non con le sue immediate dimissioni, avendone perso persino i titoli etico-politici, quanto dichiarando un ridicolo sciopero della fame (LEGGI).

Una temeraria risposta che urta ed irrita il sentimento dei più semplici e dei più poveri di questa sfortunata e martoriata regione del sud.