Un Toast per Sepulveda col non accento dei nuovi bolognesi

Mi sento come in un toast. Arrivo in anticipo alla libreria Ambasciatori di Bologna per la presentazione del nuovo libro di Luis Sepulveda “Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa” (Guanda, pagine 128) e attendo diligente in fila il momento di occupare il mio posto. Qualcuno in coda con me ipotizza che ci facciano sedere sul pavimento. Uno dei librai mi lancia uno sguardo interrogativo: “Come ha potuto pensare una cosa del genere?” sembra domandarmi. Più tardi trovo posto tra le prime file, mi giro e vedo la sala e le scale piene di persone in piedi. Due signore di una certa età e ben vestite si siedono nei posti riservati ad altri e vengono giustamente cazziate dagli organizzatori. Bofonchiano qualcosa che non capiamo e rimangono saldamente ancorate alle loro sedie con una sfacciataggine senza pari. Siamo tutti uguali ma c’è sempre qualcuno meno uguale degli altri.


diPatrizia Muzzi

Sono passati molti anni da quando ho letto La Frontiera scomparsa, Patagonia Express, Incontro d’amore in un paese di guerra, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, Il mondo alla fine del mondo che rappresentano solo alcuni titoli della numerosa produzione di Sepulveda, passato con il tempo alle ben note ‘favole’ tra cui Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare.

Che risieda qui il suo segreto? Il pubblico che vedo è assolutamente eterogeneo come le sue opere letterarie. Negli anni Novanta, quelli della mia età, scoprirono l’America meridionale attraverso l’arte con tutta la sua esplosione di colori e atrocità: libri come La casa degli spiriti di Isabel Allende o film come Garage Olimpo di Marco Bechis ci segnarono per sempre. L’uomo aveva nuovamente abbracciato il Male.

L’Olocausto, i desaparecidos e penso anche alle torture nelle carceri di Abu Ghraib, sono stati alcuni dei momenti della storia umana per i quali solo l’arte è riuscita a rappresentare il senso d’impotenza di chi subiva e la crudeltà di chi compiva quei gesti.

Sepulveda sale sul palco senza troppi cerimoniali, vestito e pettinato come uno che se ne frega degli strati superficiali.

La sua voce è decisa, morbida, profonda e ci guida verso la narrazione. Non parla di numeri o di vendite (i suoi libri per bambini hanno superato i tre milioni di copie), ma di valori, uguaglianza, solidarietà, impegno politico, doveri.

Prima sono un cittadino poi uno scrittore. Se faccio bene il mio lavoro di cittadino allora posso sedermi tranquillamente alla scrivania e dedicarmi alla scrittura.”

Racconta delle sue origini, della sua infanzia in un luogo magico, dove il ruolo dei nonni e degli anziani era di tramandare il sapere e l’amore per la Terra, dove si ringraziavano i chicchi di grano e l’acqua piovana, dove l’uomo non era in contrapposizione con la Natura, ne era parte. Mentre parla, penso a ciò che Andri Snær Magnason e Arthur Guschin hanno scritto sull’Islanda (The Passenger: Islanda, Iperborea).

Di come il loro Paese, per scelta degli stessi abitanti, sia ormai stato predato dalla Cina e di come multinazionali come Alcoa, terza produttrice di alluminio nel mondo, abbia distrutto quelle terre incontaminate.

Le persone, la maggioranza delle persone, preferiscono il progresso a tutti i costi.

Abbiamo abdicato alla lotta per tenerci stretti i nostri territori, l’acqua, gli alberi, gli animali selvatici. Abbiamo abdicato in generale. Abbiamo perso la voglia di scendere in piazza e dire NO.

Ci sentiamo presi in giro, siamo passivi, disillusi. Nel nostro Paese poi, chi ha più voglia di combattere, di attaccare il Potere, di perdere il posto di lavoro per un’ideale, di difendere il prossimo chiunque esso sia?

Abbiamo messo su quella faccia da maschera napoletana. La buttiamo sull’ironia, facciamo spallucce, pensiamo che non toccherà mai a noi o che, al bisogno, qualcuno ci aiuterà. Poi d’improvviso capita che ci svegliamo in preda al panico. Che regaliamo la nostra faccia, quella incazzata o disperata, nei servizi di questo o quel Tg quando ormai è troppo tardi. Dove sono i diritti che i nostri nonni hanno ottenuto con il sudore e con il sangue?

Sepulveda dà la sua risposta: “Ogni giorno dobbiamo combattere per mantenerli.”

Non possiamo adagiarci. Il Male è fermo lì, fuori dalle nostre porte e s’insinua tra le leggi, tra i cardini del sistema, tra i provvedimenti, all’interno dei consigli comunali, nelle scuole, nelle aziende, nei governi e nei sindacati. Entra anche in casa nostra. S’installa come un malware nella nostra mente. Iniziamo a guardare il prossimo come il nemico, quando il vero nemico è altrove.

Essere attivi. Essere cittadini attivi. Dire NO. Lottare contro tutto quello che non va. Sempre.”

Questo è il messaggio di Sepulveda. Questa la mia interpretazione. Mentre lo ascolto, mi sembra di esser tornata indietro di più di vent’anni quando andavo ai comizi e ancora qualcuno sapeva parlare alle persone nel modo giusto. Fatica a sorridere, Sepulveda. Racconta del rispetto che prova per i bambini: “Non sono scemi. Sono adulti con pochi anni. Hanno diritto a una letteratura intelligente, che apra mille possibilità, visioni, che sia libera di essere interpretata”.

Prima di andare in libreria ho letto per caso un articolo di Annamaria Testa, La realtà fuori di noi e quella dentro di noi, apparso su L’Internazionale del 19 dicembre 2018, dove si parla di come ognuno interpreti le notizie che legge a propria discrezione: “Ciascuno pesca dalla realtà solo alcuni dati, poi li considera e li categorizza a proprio modo” spiega l’autrice che fa riferimento nel suo pezzo anche ai testi universitari di Eco dedicati alla semiotica.

Eco analizza in modo scientifico il ruolo e il rapporto Lettore/Autore. Se inizio la mia narrazione con C’era una volta, ho già scelto quale sarà il mio lettore, un bambino oppure “qualcuno disposto ad accettare una storia che vada al di là del senso comune” dice Eco.

E mi vengono in mente le sue parole mentre l’intervistatrice paragona Sepulveda a Esopo.

Penso ai numerosi racconti in stile fabula che lo hanno reso ancora più celebre negli ultimi anni, e mentre lui fornisce la spiegazione sul fatto che i bambini abbiano appunto il diritto di non leggere scemenze, io mi do un altro perché.

Luis Sepulveda ha vissuto tante vite, come dice di se stesso: “Sono morto tante volte”. Io non riesco a prescindere da tutto ciò che è stato come uomo, da tutto ciò che hanno subito lui e la sua famiglia, da tutto ciò che rappresenta. La mia idea, forse banale, è che abbia finalmente trovato il tempo per parlare al bambino che era. Che abbia trovato tempo per prendersi cura di sé, di quella parte che era e resta incontaminata dal Male che ha visto in faccia da ragazzo e poi da adulto. Temo anche che sappia bene che parlare di certe cose agli adulti, con la speranza che cambino, sia un’impresa difficile e quindi rivolgersi a chi ha ancora spazio per crearsi un’identità sia forse più utile.

Ascoltarlo è un piacere. Mi ha consolato anche il fatto che non abbia bene in mente la trama di un romanzo quando scrive. A riprova che tutte le regole d’oro per diventare un bravo scrittore lascino il tempo che trovano.

Mi rimetto in fila questa volta per una dedica. Ho la testa colma di parole e di idee che frullano, per un romanzo, per un articolo, di gratitudine, di ammirazione, la voglia di tornare a combattere per tutti (vincerà la pigrizia?).

Due ragazzine di vent’anni sono dietro di me e parlano a voce alta con il tipico tono di chi vuole farsi sentire. Una spiega all’amica che la sorella aveva organizzato un evento con un autore (ho supposto che fosse proprio Sepulveda). Aveva ottenuto il suo numero di telefono e si scrivevano su Wazzap. C’era rimasta molto male perché l’autore dimenticava le ‘h’…

L’altra era schifata “No ma dai, ma cosa stai dicendo?!” ha domandato con quel non accento dei nuovi bolognesi.

È stato in quel momento che ho pensato al toast.