Genova e Bologna due perfetti obiettivi di guerra. Italia sotto attacco tra clima di paura e infrastrutture distrutte. Da chi?

In un clima di paura e di incertezza ai vertici dello Stato, appena dopo quanto accaduto a Genova a meno di dieci giorni dalla infernale deflagrazione di una bomba al gas Gpl a Bologna, ci si chiede perché ma anche da chi potrebbe venire tale proditorio disegno. Italia sotto attacco? La desolante scena di una città evacuata come dopo un vero e proprio bombardamento, le macerie in cemento e bitume delle autostrade e dei ponti distrutti in un baleno, riverberano sui monitor mondiali le pesanti ripercussioni sull’immagine internazionale del paese e sulla sua tenuta strutturale. A parte l’atteso colpo sul solito spread finanziario adesso crolla la borsa mondiale della fiducia verso l’Italia, disegnando prospettive piuttosto fosche sull’avvenire di questo importante Paese occidentale posto sullo scacchiere est-ovest/nord-sud, dove le preoccupazioni sul tasso di rischio sistemico balzano dal più semplificato livello di pericolo di un terremoto a quello complesso, critico, caldissimo, anzi ad altissima temperatura strategica, di una implosione delle infrastrutture di comunicazione, della logistica nazionale e dell’accessibilità autostradale e portuale alla propaggine euro mediterranea della geopolitica contemporanea.


Vito Barresi | Cambio Quotidiano Social

Date per scontate e assolutamente veritiere tutte le versioni ufficiali sui due tragici eventi di Bologna e Genova (forse troppo sbrigativamente etichettati dalle più alte sfere dello stato come meri ‘errori umani’) mai come in questi due ‘casi’ sarebbe più che necessario e utile per la sicurezza e la tranquillità del Paese attivare un’ampia e particolareggiata contro informazione.

Non un mero esercizio di contro fattualità, di contro deduzione, quanto l’applicazione scientifica e popperiana del principio di falsificazione (principio opposto a quello di verificazione o ipotesi di falsificabilità che deve a tutti i costi cercare di smentire una data verità per constatare se essa regge di fronte ai fatti), in grado di raccogliere anche il pur minimo dettaglio di quanto troppo convulsivamente avvenuto, in un frangente specifico e molto particolare della nostra vita politica nazionale, durante le canoniche e molto ‘distrattive’ ferie agostane, una pausa, un momento di relax che lascia tutti liberi di non pensare ai sempre più gravosi problemi della realtà.

Chiudono persino i giornali, i principali mezzi televisivi mandano in onda repertorio scongelato nei giorni e nelle notte di calura. Insomma quando il grado di attenzione pubblica e di vigilanza istituzionale scala e rasenta il limite zero.

Un bel momento per il Ministro degli Interni che deve fare un viaggio tranquillo nelle retrovie di un Mezzogiorno lento e calicolare.

Un week end programmato in luoghi ormai marginali e abbastanza inutili al rilancio economico, in un ferragosto che doveva essere distensivo e propagandistico.

A San Luca in Aspromonte, desolato comune un tempo popolato dalla ‘ndrangheta e dai sequestratori misti di parastato, criminalità organizzata e vecchi servizi segreti, c'era invece disorientamento e imbarazzo che ha continuato a durare per ore e per giorni.

Tutto nel perfetto stile 'neo isolazionista' in cui si è cacciato improvvisamente il Paese dopo la dichiarazione, dice qualcuno persino in lesione dei principi di diritto internazionale, del 'no port zone', una sorta di 'no fly zone' marittimo, i porti chiusi di Di Maio e Salvini, i due titolari di un governo Lega 5Stelle inviso e ritenuto ormai ‘eversivo’ da numerosi altri governi non più tanto amici e da tante lobby dell'economia globale.

Il viaggio al Sud di Salvini è stato, a quanto si sussurra tra fonti del suo entourage, un tormentato calvario di preoccupazioni, impazienza, sovrapposizioni di stati d’animo e informazioni riservate in tempo reale.

Praticamente l’agenda dell’uomo forte dello strano Governo che lega in una sola catena Grillo-Casaleggio-Salvini-Berlusconi, i piani del Ministro degli Interni risulterebbero sconvolti da questa sequenza infernale, due incidenti che colpiscono il cuore infrastrutturale dell’Italia, sconvolgendo gli snodi logistici di un paese isolazionista, orami isolato e alla deriva di se stesso, fortemente condizionato nei suoi principali collegamenti con il resto d’Europa.

Tutto nel mentre altrove dalla lontana Calabria, dove si innegiava il mantra sterile 'ndrangheta merda', e non si capisce in rapporto a quale emergenza criminale in proposito, continuava a muoversi un'Italia del Nord fortemente provata, stanca, nevrotizzata dall’andamento difficoltoso e asfittico delle piccole e grandi economie di un sistema sempre più in menopausa che soffre insieme disoccupazione giovanile e invecchiamento della popolazione.

In quest’Italia a più velocità, dove pochi vanno veramente in vacanza ed altri sfacchinano anche rischiosamente fino all’ultima ora notturna sul proprio lavoro, era davvero impensabile che potesse accadere qualcosa di simile, due vere e proprie stragi, una mancata per miracolo a Bologna, l’altra centrata in pieno, con il crollo di un solo pilone, nella bella, sofferente e marinara città di Genova.

Riflettendoci sopra, a prima vista, colpisce il contesto, i luoghi dove sono avvenuti questi a dir poco strani o se si vuole straordinari incidenti. Poi la sequenza, due fulmini nel cielo sereno di un’estate italiana.

Il primo improvvisamente accaduto su uno dei principali crocevia del traffico autostradale europeo, dove il 6 di agosto, nel mentre tra bollini rossi e neri, il flusso vitale della mobilità si articolava ordinatamente, improvvisamente, come di fronte a un accecamento, un’autocisterna carica di gas Gpl tamponava sul Raccordo di Casalecchio, fra gli svincoli 2 e 3, un tir carico di solventi altamente infiammabili che restava schiacciato, prendendo fuoco, scatenando un incendio di vasta proporzioni, che otto minuti più tardi determinerà una violentissima esplosione.

L’immediata ripercussione di fatto si è avuta sulle attività del grande Interporto di Bologna che accoglie traffici con origine e destinazione di respiro nazionale, internazionale o addirittura intercontinentale con strategie di sviluppo ambiziose, centrate su una visione di scenario di lungo periodo.

Dall’analisi del gps del mezzo che ha scatenato l’inferno, la Polstrada ha accertato che il percorso dell’autotrasportatore non faceva registrare alcuna deviazione né alcun anomalia e imprevisto. Tutto tranquillo, normale fino a quando alle 13,45 improvvisamente accade qualcosa in una frazione di secondo.

Seguendo un’inquietante sequenza, quasi del tipo studiata a tavolino, l’attacco ad alcune tra le più rilevanti infrastrutture strategiche italiane si ripropone alle 11.50 del 14 agosto 2018 quando a Genova crolla il Ponte Morandi, un’ arteria cruciale non solo per la viabilità stradale della città ma per l’intero sistema dei trasporti dell’area, la sua distruzione comporta una spaccatura infrastrastrutturale per la rete autostradale italiana.

Strage, distruzione, sfollamento della popolazione civile e crollo spaccano in due la città di Genova, isolando il porto dal resto del territorio, paralizzando il sistema logistico ligure, non un approdo qualsiasi ma il più grande porto italiano per estensione, il primo per numero di linee di navigazione e per movimentazione container con destinazione finale.

Il ponte Morandi era l'unico collegamento che connetteva l'Italia peninsulare ad est, la Francia meridionale e la Spagna ad ovest, il principale asse stradale tra Genova, le aree residenziali periferiche, il porto di Voltri, l'aeroporto e le aree industriali di ponente. Lo svincolo di innesto sull'autostrada per Serravalle, all'estremità est del viadotto, generava nelle ore di punta, code di autoveicoli e un intenso volume di traffico.

Valerio Staffelli, inviato di Striscia La Notizia, insieme ad alcuni testimoni che in auto si trovavano vicino al ponte Morandi prima del crollo, avrebbero visto «un fulmine colpire il ponte». «Erano da poco passate le 11,30 quando abbiamo visto il fulmine colpire il ponte - ha detto Pietro M. all'Ansa - e abbiamo visto il ponte che andava giù».

Cosa sia successo realmente a Bologna e a Genova ancora non si sa con precisione, al momento nessuno lo sa, almeno come verità accertata pubblica e incontrovertibile. Tuttavia vi sarebbero già copiosi e non solo piccoli lati d’ombra che lasciano dubbiosi e perplessi su due fatti, due episodi che hanno la curiosa e inquietante forma, il profilo di due vere e proprie azioni di guerra.

Guerra a bassa soglia, guerra dentro il territorio civile di una nazione che pure è da qualche anno sotto la lente d’ingrandimento per alcune sue criticità politiche che avrebbero reso, agli occhi di determinati poteri internazionali, persino ‘eversivo’ l’attuale governo controllato da un Movimento di fatto 'alieno' dalla consolidata storia democratica nazionale, i 5Stelle di Di Maio, contrattualizzato con la Lega Nord di Salvini, da tempo dichiarata una forza indesiderabile e non gradita in sede europea e non solo, i quali una volta giunti al comando hanno prioritariamente praticato la politica dell’isolazionismo e dei cosiddetti ‘porti chiusi’, abbastanza simmetrica a una reazione che ha generato la chiusura dei due più importanti hub portuali e interportuali del Paese.

Fantasie, immaginazioni, si dirà e se ne conviene, almeno fin qui.

Aspettando di conoscere quale sarà la ricostruzione definitIva dei due episodi, di leggere le note riportate dalle veline e dai report immediatamente scritti sotto scudo del riserbo, consegnate agli alti vertici dello Stato dai dirigenti e dai funzionari dell’intelligence che si sono precipitati ad analizzare la dinamica dei fatti e le loro ricadute sull’assetto politico ed economico del Paese.