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Gentiloni, un nuovo Andreotti con la riga in mezzo

VITO BARRESI
Cambio Quotidiano Social



In una surreale conferenza stampa di fine d’anno, il primo ministro ‘pro-tempore’ Paolo Gentiloni ha consegnato ai giornalisti il bilancio, non già della sua prima quindicina di lavoro, quanto quello annuale e pluriennale del governo Renzi, clamorosamente uscito perdente, battuto e sconfitto dal Referendum Costituzionale dello scorso 4 dicembre 2016. Un consuntivo deludente, presentato alla stampa con cinica disinvoltura, come se nulla fosse successo sulla scena istituzionale repubblicana, in cui è stato accuratamente e scientamente eliminata dal testo la parola sconfitta, nonché quel pregnante e stigmatizzante aggettivo ‘catastrofica’ che, con il passare delle settimane, va assumendo non solo l’immediato senso esemplare della lezione ricevuta da Renzi e dalla sua cricca di potere, ma anche il segno più forte e programmatico della volontà inalienabile del Popolo Sovrano. Quello di Gentiloni appare un discorso che lascia particolarmente sconcertati per il modo liquidatorio con cui sia lui che il suo ‘duplex’ Renzi hanno di fatto deciso con smaliziato cinismo di mettere al bando la nuova maggioranza costituzionale che si è venuta formalmente a determinare in Italia, occultando il baratro netto tracciato dal voto tra i cittadini e un governo che ormai sopravvive a se stesso in una ambigua zona grigia parlamentare ed extra costituzionale.



D’altra parte questi discorsi inaugurati, e per fortuna immediatamente finiti, nella notturna quanto strana arringa televisiva di Renzi, hanno come unico filo conduttore quello di far valere una sorta di invisibile e quanto mai sottile e pericoloso, tentativo di ostracizzare il popolo sovrano, rimuovendolo in termini di valenza e impatto dalla sua piena e legittima decisionalità politica, sia formale che materiale.


Tuttavia Gentiloni, nella sua rinnovata veste di nuovo Andreotti, o se si vuole di neo centrista del Pd che mette insieme la roccaforte laziale con i presidi mattarelliani in Sicilia, nel non riuscire a dissimulare facilmente che un attimo prima di parlare in pubblico ha scambiato quattro chiacchiere al telefono e in privato con Renzi, resta l’incarnazione corrente di questa vera e propria sindrome freudiana della identificazione con il suo predecessore, presentandosi, ovunque, in quanto espressione della stessa corrente che continua a difendere "la proposta di riforma costituzionale del governo e non di questo o quel ministro", definendo la "Boschi una risorsa molto utile e di grande qualità e, che si creda o no, le ho chiesto io di ricoprire il ruolo di sottosegretario".


Così dopo anni di servo encomio al feticcio di un 'bugiardo' principio della stabilità, il Presidente del Consiglio Gentiloni, è apparso molto assertivo nell’affermare, al contrario di tante sue dichiarazioni in proposito, che ora "la stabilità non può rendere prigioniera la democrazia. Quindi se si vota non si può vedere il voto come una minaccia".


Questa improvvisa conversione sulla via di Damasco appare adesso quanto mai lastricata di sospetti e incoerenze, anche in rapporto a quel pronunciamento essenziale, esplicato e implicato nel voto referendario, che è stato oscurato alla discussione e alla vista dell’attuale Parlamento da una crisi di governo, annunciata con dimissioni in diretta e per via televisiva, con direttiva di formare un governo ponte, che nelle sue prime dichiarazioni programmatiche, ha piuttosto mirato a minacciare l’opposizione e il Movimento Cinque Stelle, e a inibire il propagarsi anche mediale di un sempre più diffuso dissenso popolare.


Segnali questi che inducono molti osservatori a suggerire allo staff e ai copy del Presidente Mattarella, al lavoro per il discorso di fine anno, a non accodarsi a quanti intendono e brigano per adulterare il risultato referendario, la seguente, attualissima e illuminante, frase secondo cui “il carattere essenziale della democrazia consiste non solo nel permettere che prevalga e si trasformi in legge la volontà della maggioranza, ma anche nel difendere i diritti delle minoranze, cioè dell’opposizione che si prepara a diventare legalmente la maggioranza di domani”.


E chi lo ha detto, proprio oggi, ha più che mai una certa importanza. Perché si tratta sì di un fiorentino. Ma non di Matteo Renzi, bensì di un costituente che rispondeva al nome di Piero Calamandrei.