Operazione Farmabusiness, le mani della ‘ndrangheta sulle farmacie

Calabria Cronaca

Le mani della ‘ndrangheta sulle farmacie e le parafarmacie del catanzarese. C’è anche questo business tra gli affari del clan cutrese dei Grande Aracri, che miravano a controllare il settore per ripulire il denaro ilelcito.

Emerge questo dall’odierna operazione "Farmabusiness" (QUI IL LANCIO) che, condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Catanzaro e del Nucleo Investigativo di Crotone e coordinata dal Procuratore della Repubblica, Nicola Gratteri, dal Procuratore Aggiunto, Vincenzo Capomolla e dai Sostituti Procuratori Paolo Sirleo e Domenico Guarascio, ha portato oggi all’arresto di 19 persone, mentre altre 25 sono indagate.

Le accuse mosse a vario titolo sono di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione di tipo mafioso, scambio elettorale politico-mafioso, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, detenzione illegale di armi, trasferimento fraudolento di valori, tentata estorsione, ricettazione e violenza o minaccia a un pubblico ufficiale.

La cosca, come emerge dagli atti, ha potuto contare anche sul supporto dell'attuale presidente del Consiglio regionale, Domenico Tallini, finito ai domiciliari per concorso esterno in associazione mafiosa.

Con lui altre 18 persone, considerate affiliate o vicine al clan del crotonese. Secondo gli inquirenti i Grande Aracri avrebbero usato una distribuzione all'ingrosso di medicinali in una rete di 23 punti vendita fra Calabria, Puglia ed Emilia Romagna, per riciclare denaro sporco.

IL PROGETTO DEI GRANDE ARACRI

Il progetto era semplice: gestire la distribuzione dei farmaci in tutta la provincia di Catanzaro tramite un consorzio. Un progetto che, essendo in fase embrionale, necessitava di piccole “spinte” per le autorizzazioni amministrative.

Quando il 7 giugno del 2014, i membri dello stato maggiore del clan riuniti nella tavernetta di pertinenza della casa del loro capo, Nicolino Grande Aracri, a Cutro, parlano senza problemi del progetto non sanno di essere ascoltati da microspie.

È in questa circostanza che il nome del presidente del consiglio regionale, allora assessore, Domenico Tallini viene fuori. E, come emerso dalle intercettazioni, sarebbe stato proprio il politico a trovare quattro farmacie disponibili ad approvvigionarsi dei farmaci occorrenti dal costituendo consorzio. Con questo sistema il clan aveva stimato di poter incassare centinaia di milioni di euro all’anno. Il tutto grazie al coinvolgimento di professionisti che avevano il compito di valutare con accuratezza gli assetti economici e finanziari e, soprattutto, di ottenere le necessarie autorizzazioni da parte della Regione. Perché, come captato in una conversazione, la necessità era quella di “fare una cosa il più pulita possibile”.

Sempre nello stesso summit uno degli indagati, Leonardo Villirillo, ha parlato dell’interessamento dell’assessore che avrebbe avuto il compito di accelerare l’iter burocratico e “risolvere eventuali altre problematiche”.

IL RUOLO DI TALLINI

Domenico Tallini, come scritto negli atti, pur “non facendone organicamente parte”, avrebbe partecipato in concorso “all’associazione di ‘ndrangheta dei Grande Aracri di Cutro”. Per questo motivo Tallini, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e scambio elettorale politico mafioso, è finito ai domiciliari. Nelle carte si evince come il politico non solo sarebbe intervenuto per accelerare l’iter burocratico per il rilascio delle autorizzazioni per la creazione del Consorzio Farma Italia” e della società “Farmaeko (entrambi utili per distribuire i medicinali da banco sul territorio nazionale), ma avrebbe addirittura caldeggiatola nomina del responsabile del relativo ambito amministrativo regionale” e avrebbe aiutato il clan “a indurre i soggetti preposti a rilasciare la necessaria documentazione amministrativa e certificazione”.

Per la Dda, il presidente del consiglio, pur essendo a conoscenza dell’utilizzo di capitali illeciti “provenienti dal delitto associativo di stampo ‘ndranghetistico”, e pur sapendo dì dare un grosso contributo all'associazione criminale, sarebbe stato “lunsingato” dal numero di voti del bacino del clan.

Inoltre avrebbe concorso “nei progetti commerciali inerenti la distribuzione dei farmaci” e avrebbe poi imposto “nella struttura societaria della Farmaeko l’assunzione e l’ingresso, quale consigliere, del figlio Giuseppe”, che avrebbe potuto fornire le “sue competenze e le sue conoscenze anche nel procacciamento di farmacie da consorziare. Per gli inquirenti Tallini avrebbe rafforzato il sodalizio e incrementato “la percezione della sua capacità di condizionamento e di intimidazione”.

“L’UOMO DELLA PIOGGIA”

Vicina a Tallini è la figura di Domenico Scozzafava, un 39enne ritenuto vicino al clan dei Gaglianesi. Considerato come “l’uomo della pioggia di Tallini”, perché “formidabile portatore di voti”, Scozzafava sarebbe entrato in affari con lo stesso politico, diventandone socio nell’affare del business delle farmacie. Ma l’uomo è ritenuto anche l’ambasciatore del politico presso il clan. È lui a tenere al corrente Tallini di tutto quello che accade. Ma come emerge dalle carte, l’ex assessore regionale che ha sempre cercato di evitare “ogni contatto diretto con i cutresi”, usava diverse cautele, addirittura evitava di entrare nell’auto di Scozzafava. Ma i carabinieri il 5 ottobre 2014 hanno captato un colloquio tra Tallini e il clan. I carabinieri hanno infatti registrato quello che la Dda chiama “visita in assessorato di personaggi del crotonese che andavano a promettergli voti”.

Voto di scambio che sarebbe emersa in un’altra intercettazione, quella in cui Scozzafava, al telefono con un cugino a Sellia Marina, parla della “gratitudine elettorale” del clan verso Tallini. “A chi state portando? A Sergio”. “No, a Mimmo”. “Te li raccolgo, non ti preoccupare, e vedi tu che è sempre grazie a lui se partiamo… dobbiamo ringraziare… al momento è forte e probabilmente sarà sempre il numero uno a Catanzaro Mimmo… e non c’è niente… pure che non sale… ma sempre la minoranza”. “Li porta, li porta, perché ora li prende pure a Crotone, Vibo. E domani vado a Cutro che devo fare un lavoro e per i voti pure… Un poco di voti glieli ho trovati pure là pure”.

Scozzafava ha sempre sostenuto Tallini, non solo nel 2014. Nell’ordinanza, il gip scrive che gli “elementi certi che denotano la vicinanza del Tallini allo Scozzafava sono apprezzabili ancora nel corso del 2018. Anche nel corso di tale anno, così come nel 2017, era accertata l’attività di sostegno, proselitismo e pubblicità elettorale al Tallini da parte di Scozzafava e altre persone allo stato sconosciute facenti parte del suo ambito relazionale”.

IL RUOLO DELLE DONNE DEL CLAN GRANDE ARACRI

Ma dalle carte dell’operazione, che ha portato al fermo di 19 persone e altre 25 sono indagate, il ruolo di vertice sarebbe stato svolto dalle donne. Giuseppina Mauro ed Elisabetta Grande Aracri, rispettivamente moglie e figlia del boss Grande Aracri, e Serafina Brugnano, moglie di Ernesto Grande Aracri, si sarebbero occupate degli affari del clan durante il periodo di detenzione dei rispettivi mariti.

Un ruolo, quello delle donne, che per gli inquirenti sarebbe stato importante per “rappresentare e restituire le figure apicali dell’organizzazione, provvedendo a dare disposizioni e direttive agli associati nella pianificazione delle attività illecite, anche in ragione delle indicazioni provenienti dai congiunti detenuti”.

Il trio, non solo avrebbe gestito “gli introiti della consorteria mediante la materiale ricezione di danaro da parte delle figure imprenditoriali di riferimento della cosca, quali i cugini Gaetano Le Rose e Giuseppe Ciampà”, ma sarebbe intervenuta “nei confronti degli altri sodali al fine di eludere le investigazioni, allorquando le stesse si indirizzano all’apprensione di armi costituenti il potenziale militare della consorteria”.

GLI ARRESTI

Sono 25 le persone indagate e 19 le persone raggiunte un’ordinanza di custodia cautelare. Il carcere è stato disposto nei confronti di: Santo Castagnino,58 anni, residente a Mesoraca; Giuseppe Ciampà, 42, residente a Cutro; Elisabetta Grande Aracri, 38 anni, di Cutro; Salvatore Grande Aracri, 34 anni, di Cutro; Salvatore Grande Aracri, 41, di Brescello; Gaetano Le Rose, 48 anni, di Cutro; Giuseppina Mauro, 66, di Cutro; Pancrazio Opipari, 45 anni, di Sellia Marina; Francesco Salvatore Romano, 32, di Cutro; Domenico Scozzafava, 39, di Catanzaro; Leonardo Villirillo, 53, di Crotone.

AI domiciliari sono finiti: Pasquale Barberio, 75 anni, di Isola Capo Rizzuto; Paolo De Sole, 46, di Cesena; Domenico Tallini, 68, di Catanzaro; Raffaele Sisca, 48, di Crotone; Domenico Grande Aracri, 55, di Cutro; Patrizio Tommaso Aprile, 55, di Catanzaro; Maurizio Sabato, 54, di Catanzaro; Donato Gallelli, 45, di Catanzaro.

LE DICHIARAZIONI DI GRATTERI E CAPOMOLLA

L’indagine è importante ed è stata fatta sul campo. Sotto inchiesta una famiglia dindrangheta di serie A. Ringrazio tutti coloro che hanno lavorato. Sono felice di lavorare con questi uomini con serietà e anche affetto. Sono dei giovani che lavorano notte e giorno per noi con entusiasmo perché sanno che fanno parte di una grande squadra”. Ha spiegato il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri.

Dal canto suo, l’aggiunto Vincenzo Capomolla ha sostenuto: “Emerge uno spaccato del carattere tentacolare dell’organizzazione di ndrangheta Grande Aracri dotata di una capacità pervasiva di condizionare la vita pubblica. Gli esiti di questa attività di indagine hanno dato conto delle iniziative imprenditoriali su settori particolarmente redditizi. La figura istituzionale attinta dall’odierna misura (Tallini, ndr) ha trovato un anello di congiunzione con un altro soggetto, un imprenditore di Catanzaro capace di relazionarsi con esponenti della politica e della criminalità organizzata catanzarese e di Cutro. C’è tutta una rete di soggetti che ruota intorno alla cosca”.