Sigillato il “tesoro” delle ‘ndrine romane, un reticolo di interessi partito dai sequestri e da una faida

Reggio Calabria Cronaca

Un impero imprenditoriale costruito da una delle più importanti cosche di ‘ndrangheta calabrese tra Roma e la sua provincia. Ma non solo.

Interessi capaci di alterare il mercato economico, consentendo di sostenere che le mani della ‘ndrangheda sulla capitale siano ormai sempre più “visibili” e che i pezzidelle criminalità calabrese presenti nei comuni a nord di Roma siano capaci di replicare pienamente la loro struttura nelle zone dove si sono stabilizzati.

Questa la sintesi offerta dagli inquirenti all’operazione che stamani ha portato al sequestro di beni - per ora solo approssimativamente quantificati in qualcosa come 120 milioni di euro (LEGGI) - riconducibili a cinque soggetti tutti originari della Calabria e definiti di rilevante “caratura criminale”.

Si tratta, nella fattispecie, di Placido Antonio Scriva, 53enne nato ad Africo, nel reggino, così come Domenico Morabito, 52enne; di Domenico Antonio Mollica, 54enne di Melito di Porto Salvo; Giuseppe Velonà, 64enne e Salvatore Ligato, 54enne, entrambe di Bruzzano Zeffirio.

Tutti sono ritenuti esponenti di vertice del gruppo laziale della pericolosa e temuta ‘ndrina dei Morabito-Mollica-Palamara-Scriva, originaria di Africo, appunto, e insediatisi a nord della provincia capitolina a partire dai lontani anni ’80.

Il loro inserimento nella cosca, hanno spiegato infatti gli inquirenti, può definirsi per nascitadato che sono figli di “indiscussi sodali”, insieme ai quali avrebbero partecipato attivamente alla sanguinosa guerra di mafia combattuta negli anni ‘80/’90 tra Africo e Bruzzano Zeffirio.

Al centro della vicenda e contrapposti tra loro vi furono i potenti gruppi degli “Scriva-Palamara-Speranza” da una parte, e quello dei “Mollica-Morabito, dall’altra.

Una guerra tristemente nota come la “faida di Motticella”, che determinò l’uccisione di circa cinquanta persone e la chiusura, da parte degli organismi di vertice della ‘ndrangheta, della “locale”.

L’approfondita attività investigativa, svolta dagli uomini del Settore Misure di Prevenzione Patrimoniali della Divisione Anticrimine capitolina, sotto il coordinamento della dirigente Angela Altamura, ha ripercorso la presunta “carriera” dei cinque, analizzando le loro posizioni economiche e patrimoniali ma quelle dei rispettivi nuclei familiari e di numerose terze persone.

Alla fine sarebbe emersa una notevole sproporzione tra i beni posseduti, direttamente o per interposti fittizi, e i redditi dichiarati o l’attività economica svolta, ovvero la sussistenza di “sufficienti indizi” per ritenere che siano il frutto di attività illecite o che ne costituiscano il reimpiego.

Per evidenziare “l’importanza di tale misura di prevenzione” gli investigatori sottolineano “l’elevatissimo spessore criminale dei cinque …, tre dei quali condannati in via definitiva per associazione di tipo mafioso”.

Le attività illecite a cui si sarebbero dedicati riguardano i più risalenti sequestri di persona a scopo di estorsione, il traffico di stupefacenti e di armi, oltre ai più recenti reati di estorsione, usura e di intestazione fittizia di beni aggravata dal metodo mafioso.

I VINCOLI PARENTALI COME “FORZA DI COESIONE”

Gli inquirenti, inoltre, parlano di un livello di “offensività” dei cinque, che deve essere “necessariamente valutato anche in relazione ai vincoli parentali tra loro intercorrenti, che ne rafforzano oltremodo la coesione e, di conseguenza, la pericolosità sia sotto il profilo criminale che dell’ordine pubblico, economico, avendo costituito un inscindibile unicum”.

La tesi, insomma, è che abbiano acquisito una certa “pervasività nel tessuto economico vantando rilevanti interessi imprenditoriali a Roma ma anche e prevalentemente nei centri poco distanti, in particolare nell’area della Tiberina e della Flaminia: Rignano Flaminio, Morlupo, Sant’Oreste, Capena, Castelnuovo di Porto, Campagnano e Sacrofano.

I loro investimenti, però, sarebbero andati anche oltre questi confini: come ad Alghero (in provincia di Sassari), a Rocca di Cambio (L’Aquila), a Genova, Bruzzano Zeffirio (nel reggino) e Faleria (nel viterbese), “inquinando profondamente l’economia legale – spiegano gli inquirenti - anche avvalendosi dell’apporto di specifiche competenze professionali, istituzionali e del sistema bancario”.

IL BOSS ROMANO E IL CASSIERE DELLA BANDA DELLA MAGLIANA

Inoltre, sarebbero state accertate delle “pesanti infiltrazioni” in diversi settori produttivi tramite interposti fittizi, tra cui viene indicato Massimiliano Cinti, nipote del noto boss romano, e il cassiere della “Banda della Magliana”, Enrico Nicoletti.

I settori economici più “interessanti” di cui si sarebbero occupati sono quelli della distribuzione all’ingrosso di fiori e piante; della vendita di legna da ardere; dell’allevamento di bovini e caprini; dei bar e gastronomia e del commercio di preziosi e gioielli.

Attraverso prestanome sarebbero poi penetrati nel settore della grande distribuzione, tramite supermercati della catena “Carrefour”; così come nell’edilizia e nell’immobiliare, non disdegnando la panificazione, la vendita di prodotti ottici o i centri estetici.

L’indagine avrebbe anche il pregio di individuare nella forma giuridica del cosiddetto contratto di rete di imprese”, uno strumento idoneo e perfettamente funzionale alla realizzazione degli scopi “illeciti” dell’organizzazione che, attraverso la Rete di Imprese Morlupo di Roma, si è recentemente aggiudicata l’assegnazione di un finanziamento pubblico di 100 mila euro da parte della Regione Lazio, oggi sequestrato anch’esso.

I BENI SOTTOPOSTI A SEQUESTRO

In particolare, il sequestro di oggi - il cui valore, allo stato, è indicato solo approssimativamente in oltre 120 milioni di euro, considerato che restano ancora da valutare le disponibilità finanziarie presenti sugli oltre mille rapporti bancari accertati e altri beni che dovessero essere ancora individuati - ha colpito 173 immobili, tra Roma, Rignano Flaminio; Sant’Oreste; Morlupo; Capena; Castelnuovo di Porto; Campagnano Romano; Riano; Grottaferrata; Faleria; Rocca di Cambio; Alghero; Genova e Bruzzano Zeffirio.

Cautelate inoltre 38 quote societarie e ditte individuali; 40 complessi aziendali di cui 7 supermercati a Roma, Rignano Flaminio, Capena, Fiano Romano, Morlupo e Castelnuovo di Porto; 4 allevamenti di bovini, bufalini, ovini e di cavalli; 38 veicoli tra cui una Ferrari F 131 ADE.

Colpito, come dicevamo, un contratto di rete di imprese e fondo patrimoniale finanziato dalla Regione Lazio di 100mila euro; titoli per l’erogazione di aiuti all’agricoltura finanziati dall’Unione Europea; oltre 1000 rapporti finanziari; gioielli e preziosi il cui valore deve ancora essere periziato, e che contenuti in tre cassette di sicurezza già sottoposte a sequestro preventivo.

Ed ancora: un assegno circolare di 90mila euro; dispositivi informatici tra personal computer, tablet, telefoni cellulari ecc., intestati a persone fisiche ma comunque nella disponibilità diretta o indiretta dei cinque; monete virtuali o criptovalute che dovessero essere individuate; altri beni di valore che nel corso dell’esecuzione dovessero essere trovati sempre nella loro disponibilità.

L’esecuzione del provvedimento ha richiesto l’impiego di ben 250 uomini della Polizia di Stato delle Divisioni e Commissariati di Sezionali e Distaccati territorialmente competenti per Roma e Provincia, oltre alla collaborazione di personale del Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni del Lazio, del Reparto Prevenzione Crimine Lazio, del Gabinetto Interregionale di Polizia Scientifica, di un’unità cinofila e del Reparto Volo.

Hanno anche partecipato all’operazione le Divisioni Polizia Anticrimine delle Questure di Viterbo, L’Aquila, Sassari, Reggio Calabria, Genova, Milano, Palermo, Pistoia e Vibo Valentia ed i Commissariati di Alghero e Bovalino.