Bombe e pistolettate per controllare il territorio, pronto un agguato contro i carabinieri

Vibo Valentia Cronaca

Un maresciallo, un imprenditore e un avvocato: potrebbe sembrare l’inizio di una barzelletta ma qui c’è poco di ridere quanto, soprattutto, da preoccuparsi.

Man mano che gli inquirenti snocciolano i dettagli dell’operazione Nemea, che stamani ha portato al fermo di sette appartenenti alla famiglia dei Soriano di Filandari, molti elementi sembrano incastrarsi alla perfezione per cercare di delineare quell’allarmante escalation di atti intimidatori registratasi negli ultimi mesi nella provincia Vibonese.

Partiamo dal primo caso: Salvatore Todaro è il comandante proprio della stazione carabinieri di Filandari e su cui si sarebbero concentrate le attenzioni tutt’altro che amicali di Leone Soriano, 52 anni, ritenuto il boss dell’omonima cosca locale della ‘ndrangheta e oggi destinatario di uno dei provvedimenti che hanno colpito anche la cognata Graziella Silipigni, i figli di quest’ultima Giuseppe e Caterina, Giacomo Cichello, Francesco Parrotta (definito il “braccio armato” della famiglia) ed Emanuele Mancuso, figlio del boss Pantaleone, meglio conosciuto come “l’ingegnere”.

LE MINACCE AL COMANDANTE DEI CARABINIERI

Secondo gli inquirenti già dalla sua detenzione nel carcere di Secondigliano, Leone Soriano avrebbe preso di mira il maresciallo maggiore.

Prima con una lettera - o meglio una cartolina - spedita d al penitenziario e contenente delle frasi allusive e delle minacce; poi - una volta uscito di galera - pensando addirittura di pianificare un vero e proprio agguato contro il sottufficiale, magari colpendo (non è chiaro se con in proiettili o anche con un ordigno) i locali della caserma, in particolare quelli dove alloggia il comandante di Stazione.

Un’intenzione, organizzata insieme a Parrotta, tutt’altro che inverosimile: pare infatti che fossero stati effettuati dei sopralluoghi sul posto procurandosi anche un’auto rubata da utilizzare per eseguire l’azione.

E l’indagine di oggi ha preso le mosse proprio da un altro atto intimidatorio con vittima un carabiniere di Filandari a cui nel novembre scorso fu data alle fiamme l’auto, nella frazione di Vena Superiore e sempre per mano dei Soriano, si ritiene.

L’IMPRENDITORE LO DENUNCIA, IL BOSS: PAGAMI GLI AVVOCATI

Nelle mire del clan, poi, vi sarebbe stato anche l’imprenditore Antonino Castagna. Gli inquirenti sostengono che anche a quest’ultimo sia stato oggetto di missive da parte di Leone Soriano, in questo caso chiedendogli del denaro per pagare i legali che lo avevano difeso dopo le denunce sporte dallo stesso imprenditore.

A Castagna, si ricorderà, il 5 marzo scorso venne incendiato un escavatore; poi - l’11 di febbraio - venne presa di mira la figlia Daniela, contro il cui cancello di casa furono esplosi dei colpi d’arma; infine un ennesimo “avvertimento” a Castagna, una bomba-carta lanciatagli nel giardino di casa.

Ultimo episodio intimidatorio che gli inquirenti riconducono a Soriano oltre che a Parrotta, Mancuso e Cichello, i colpi di pistola esplosi all’indirizzo di un distributore di benzina a Filandari, lungo la statale 17, di proprietà dell’avvocato Romano Pasqua.

Insomma, una lunga scia di episodi che sarebbero “esplosi” in tutta la loro forza prorompente dopo la scarcerazione del presunto boss di un gruppo criminale che, ribadiscono gli inquirenti, già colpito duramente nel corso di una precedente operazione, avevano tutta l’intenzione di ricomporsi e continuare a tenere il territorio sotto la propria ala di influenza.