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Omicidio Caccia, i giudici: “Lettera anonima prova decisiva per la condanna”

Calabria Cronaca

La prova decisiva per la condanna di Rocco Schirripa all’ergastolo per l’omicidio del magistrato Bruno Caccia è una lettera anonima inviata agli inquirenti. I magistrati si sono infatti mossi da questa missiva per autorizzare le intercettazioni che hanno poi portato alla sentenza d’ergastolo per Schirripa, pronunciata lo scorso 17 luglio.

Sono state rese note le motivazioni della condanna, 175 pagine che avrebbero sancito in primo grado la verità di un fatto avvenuto 34 anni fa. Il magistrato è stato infatti ucciso con quattro colpi di pistola la sera del 26 giugno 1983, mentre portava a spasso il cane sotto casa a Torino.

La lettera, cui si riferiscono gli inquirenti, è stata inviata agli investigatori, coordinati dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dal pm Marcello Tatangelo, a Domenico Belfiore, già condannato all'ergastolo per il delitto.

I giudici tramite delle intercettazioni hanno scoperto che l’autore materiale sarebbe stato Schirripa, mentre Placido Barresi e Giuseppe Belfiore i mandanti. Il tutto è stato scoperto da una conversazione avuta proprio tra Belfiore e Schirripa, a seguito della scarcerazione del primo.

“Il significato dei dialoghi tra Domenico Belfiore, Placido Barresi e Rocco Schirripa – affermano i magistrati - è emerso in modo chiaro e inconfutabile, attesa la qualità della registrazione, la chiarezza delle affermazioni rese dagli interlocutori, la serietà degli stessi nell'affrontare l'argomento, la ripetuta e coerente manifestazione di preoccupazione per la lettera anonima e, in particolare, per quel 'nome in più' (il nome dell'imputato) che era stato indicato nella lettera".

E sempre riguardo alle intercettazioni, i giudici osservano anche che “in nessun modo in queste conversazioni è stata contestata la falsità dell'indicazione del nome di Schirripa come esecutore dell'omicidio (a differenza di quello di Giuseppe e Sasà Belfiore), atteso che Belfiore e Barresi avevano immediatamente ritenuto che la stessa aveva potuto avere come origine le 'confidenze' e l'imprudenza dell'odierno imputato".

Quanto al trattamento sanzionatorio, "la gravità del delitto (l'omicidio è stato premeditato e compiuto ai danni di un magistrato, a causa dell'esercizio delle sue funzioni), i precedenti penali a carico dell'imputato e la condotta processuale di Rocco Schirripa, escludono che possano riconoscersi le attenuanti generiche".

L'ex panettiere di 64 anni, sempre presente alle udienze, era stato arrestato il 22 dicembre 2015 proprio sulla base di una serie di dialoghi registrati con un virus inoculato negli smartphone di Belfiore e altri 'ndranghetisti.

Un primo processo era stato 'annullato' nel marzo 2015 a causa di un irreparabile errore procedurale commesso dal pm Tatangelo. Prima della sentenza, Schirripa aveva ribadito la sua innocenza, come ha sempre fatto durante le indagini: "Sono terrone e sono compare di Domenico Belfiore, dunque sono il soggetto perfetto per l'accuse".

In Procura c'è aperta un'inchiesta a carico di Francesco D'Onofrio, ex militante di Prima Linea e ritenuto vicino alla 'ndrangheta, indagato a piede libero come altro esecutore materiale dell'omicidio.