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Rifiuti e acque, l’emergenza è un business per la cosca: così si pagavano le tangenti

Reggio Calabria Cronaca

Che la ndrangheta fosse interessata al business del ciclo dei rifiuti è sempre stato un sospetto ma per la prima volta una indagine di polizia ne mira a dimostrare l’effettività.

È quanto emergerebbe dall’operazione Metauros che stamani ha portato al fermo di sette persone: Gioacchino Piromalli, detto “l’avvocato” e presunto boss dell’omonima cosca di Gioia Tauro; l’ex sindaco di Villa San Giovanni, Rocco La Valle; i tre fratelli imprenditori Giuseppe, Domenico e Paolo Pisano; l’avvocato Giuseppe Luppino, ex Presidente del Cda di “Piana Ambiente Spa” e consulente esterno dell’ufficio legale del Commissario Straordinario l’emergenza rifiuti e il reggino Francesco Barreca.

La tesi degli inquirenti è che la costruzione e la gestione dell’unico termovalorizzatore presente nella nostra regione, quello di Contrada Cicerna a Gioia Tauro, “abbia risentito del continuo condizionamento con le organizzazioni criminali mafiose” del territorio. Quelle appunto che fanno capo ai Piromalli.

Un condizionamento che avrebbe interessato anche la gestione del depuratore di Contrada Lamia, sempre a Gioia Tauro, gestito dalla Iam Spa che, secondo quanto emerso sarebbe stata anch’essa sottoposta al pagamento della cosiddetta “tassa ambientale” da parte del clan, correlata al servizio dei trasporti dei rifiuti e detratta dai calcoli delle fatture gonfiate ad hoc.

I REATI CONTESTATI

Quanto ai reati, Piromalli e i tre Pisano devono rispondere di associazione di tipo mafioso, cioè di essere appartenenti alla ‘ndrangheta, oltre che di intestazione fittizia di beni ed estorsione. A Luppino e La Valle viene contestato invece il concorso esterno.

Inoltre, La Valle, Piromalli, Luppino, Giuseppe e Domenico Pisano, insieme a Giuseppe Commisso, detto il Mastro, attualmente detenuto, devono rispondere dell’estorsione aggravata ai danni delle società che, nel tempo, hanno gestito il termovalorizzatore reggino. Sempre Piromalli e poi Domenico Pisano, La Valle e Francesco Barreca di quella alla Iam, gestrice dell’impianto di depurazione.

LE DICHIARAZIONI DEI COLLABORATORI E DEI TESTIMONI

Le indagini hanno potuto contare sulle dichiarazioni di cinque collaboratori di giustizia (Salvatore Aiello, Antonio Russo, Pietro Mesiani Mazzacuva, Marcello Fondacaro e Arcangelo Furfaro) e di quelle di due testimoni, Romolo Orlandini (ex funzionario di Termomeccanica) e Candeloro Claudio Ficara (titolare di una impresa che effettuava trasporti dagli stabilimenti calabresi al sito del termovalorizzatore).

Da queste affermazioni si sarebbe risaliti alla presunta infiltrazione nell’appalto pubblico di costruzione e gestione dell’impianto di smaltimento dei rifiuti (i cui lavori di costruzione hanno sono iniziati nel luglio del 2002 e si sono conclusi nel settembre del 2004), attraverso la creazione di ditte ad hoc, che si ritiene siano state intestate a soggetti di propria fiducia: cioè i fratelli Pisano.

L’INTERCETTAZIONE CHE DÀ IL VIA ALLE INDAGINI

Gli inquirenti sono partiti da una conversazione, intercettata dalla Polizia il 21 giugno del 2009, all’interno di un’abitazione di Granarolo dell’Emilia (nel bolognese) utilizzata da Carmelo Bellocco, elemento di spicco dell’omonima cosca, nella quale si mettevano in relazione Gioacchino Piromalli (alias “l’avvocato”), l’inceneritore di Gioia Tauro e un'altra persona, Domenico Pisano.

Per gli investigatori questa discussione avrebbe consentito di “attualizzare la dimensione organizzativa degli interessi economici” della ’ndrangheta nel ciclo dei rifiuti: in particolare si appurò che la criminalità stesse sfruttando il particolare stato di emergenza in cui la Calabria si trovava ormai da anni.

In quest’ottica, perciò, si ritenne quanto mai verosimile l’interessamento da parte dei Piromalli - attraverso la gestione indiretta del Termovalorizzatore - considerato che le indagini precedenze avevano fornito un bagaglio conoscitivo utile a comprendere la loro capacità di penetrazione nei settori imprenditoriali, soprattutto attraverso il sostegno di numerosi congiunti ed accoliti.

IL “FIUTO” DEI PISANO, L’AIUTO DELLE COSCHE

Le intercettazioni proseguirono, e così la Squadra Mobile reggina arrivò ad individuare l’operatività dei Pisano che, “in considerazione delle opportunità presentatasi con la realizzazione del Termovalorizzatore – spiegano gli investigatori - hanno attuato un progetto imprenditoriale ponderato dalle cosche locali, partecipando già ai lavori di edilizia nella fase di costruzione dell’impianto, svolgendo, come ditta individuale, l’originaria attività di carpenteria e successivamente entrando a far parte di imprese in possesso degli appropriati requisiti, necessari per poter operare nel settore specifico del “ciclo rifiuti”, oppure, in mancanza di essi, conseguendoli - a ragion veduta - tramite l’adeguamento delle già presenti qualifiche professionali, in modo da ottenere le competenze essenziali per rispondere alle nuove richieste di mercato”.

IL VALORE STRATEGICO DEL TERMOVALORIZZATORE DI GIOIA

Il termovalorizzatore di Gioia Tauro - strutturato come una centrale di produzione di energia elettrica che utilizza come combustibile il Cdr derivato dallo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, ha una capacità di 40 mila tonnellate di rifiuti all’anno ed è l’unico presente sul territorio calabrese, dunque ha un valore strategico sistema regionale del settore.

Anche sul versante della società vittima, la Termomeccanica, si è scoperto che la stessa pagasse delle tangenti alle cosche per l’acquisto della sicurezza, la cosiddetta “tassa dell’ambiente”, “su esplicita richiesta di Rocco Lavalle” sostengono gli inquirenti.

Le tangenti, poi, venivano “traslate” formalmente sui vettori, cioè aziende deputate ai servizi di trasporto dei rifiuti dagli impianti di selezione al termovalorizzatore, e costituite in ATI; da queste poi “girate” in contanti alle ‘ndrine di riferimento.

IL PIZZO PAGATO DALL’AZIENDA DI DEPURAZIONE

Nel decreto di fermo di oggi sono confluiti gli esiti di un’altra indagine, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria e condotta dai Carabinieri del Roni, il Nucleo Investigativo e del Nucleo Operativo Ecologico che, temporalmente, si pone come una prosecuzione dell’indagine Metauros che ha appurato come una ditta, la Dgp Srl di Giuseppe Pisano espletasse, con continuità, la manutenzione ordinaria e straordinaria all’interno dell’impianto di depurazione della Iam a Gioia Tauro, azienda ritenuta vessata dalla ‘ndrangheta.

Anche in relazione a questa importante realtà imprenditoriale, si sarebbe accertato che pagava “il pizzo” ai Piromalli e che questo sarebbe stato riscosso tramite un uomo di fiducia, Domenico Pisano. La tangente sarebbe stata consegnata dall’amministratore delegato della Iam tramite dei presuntifondi neri” creati dalle imprese di trasporto.

Al riguardo, sarebbe stato “fotografato” proprio il passaggio di denaro dall’impresa B.M. Service alla committente e il successivo passaggio dalla società gestore del depuratore ai referenti mafiosi del territorio, secondo il meccanismo, collaudato, con l’estorsione ai danni di Termomeccanica e Veolia, che hanno gestito in fasi alterne il termovalorizzatore.

GLI INCONTRI “CRIPATATI”

Si sarebbe poi che in alcuni incontri riservati, che si svolgevano con linguaggio criptico, Domenico Pisano si sarebbe fatto consegnare somme del tutto scollegate dalle prestazioni fornite, che per gli investigatori non sarebbero altro che delle tangenti e che l’Ad avrebbe a sua volta ricevute da Francesco Barreca, titolare formale della B.M. service, azienda che, stando almeno alle dichiarazioni convergenti di Salvatore Aiello e Candeloro Claudio Ficara, sarebbe stata una ditta riconducibile a Rocco La Valle.

Questi incontri, caratterizzati da dazioni di somme di denaro, si sarebbero svolti in maniera fugace e con cadenza mensile, generalmente tra la prima e seconda decade di ogni mese, da dicembre 2015 fino a maggio 2016.

LE COMMESSE NEL PORTO DI GIOA TAURO

L’inchiesta ha dimostrato così che, dopo l’esperienza decennale di lavoro presso il termovalorizzatore di Gioia Tauro, la DGP (acronimo che indica i nomi dei fratelli Pisano) iniziò un rapporto di collaborazione con la Iam per acquisire delle commesse nel sito del porto di Gioia Tauro, intrattenendo relazioni commerciali con la Mct.

Complessivamente, l’indagine sulla Iam, avviata nel 2014, avrebbe documentato che, ad un certo punto, i rapporti tra i Pisano ed i Piromalli si sarebbero ricuciti, tanto che Domenico Pisano - sostituendosi al fratello che si era trasferito in Toscana dopo un grave tentato omicidio a colpi di kalashnikov, avvenuto il 14 dicembre 2013, mentre era a bordo di un Mitsubishi Pajero, e dal quale scampò miracolosamente - avrebbe riscosso per il tramite dell’amministratore delegato di quella azienda, le tangenti che la Ima avrebbe pagato sui viaggi di trasporto eseguiti, commissionati alla B.M. Service di Barreca, e alla Eurocome di Luigi Francesco Bagalà (sottoposta a sequestro nel procedimento Cumbertazione), e che venivano “girate” alla cosca di appartenenza.

IL TRAFFICO ILLECITO DI RIFIUTI

Con un separato decreto, emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia reggina, i Carabinieri hanno eseguito il sequestro preventivo nei confronti di 19 titolari di imprese che operano nel settore dello smaltimento dei rifiuti sia nel reggino che nel catanese, siracusano e trapanese, in relazione all’ipotesi di reato di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti.

In particolare, l’attività investigativa ha monitorato originariamente il funzionamento dell’imponente impianto di depurazione di Gioia Tauro gestito dalla società Iniziative Ambientali Meridionali, in cui confluiscono, ogni giorno, i reflui fognari dei comuni di Anoia, Cinquefrondi, Cittanova, Feroleto della Chiesa, Melicucco, Polistena, San Giorgio Morgeto, Taurianova, Laureana di Borrello, Galatro, Gioia Tauro, Rosarno, Palmi, San Ferdinando, Rizziconi, per un indotto complessivo pari a 150 mila abitanti.

Dalle indagini emergerebbe in particolare come amministratori e gestori della Iam, per risparmiare sugli onerosi costi di smaltimento, si sarebbero disfatti di ingenti quantitativi di rifiuti in maniera illecita, conferendo fanghi di depurazione, provenienti da impianti di tipo biologico ed industriale, per la produzione di compost per usi agronomici. In questo modo si sarebbe elusa, con il coinvolgimento di impianti di compostaggio siciliani e di ditte di trasporto reggine, la normativa in materia di fertilizzanti.

Considerate le criticità ambientali connesse ad una presunta gestione illecita dell’imponente impianto di depurazione e dall’altrettanto illecito smaltimento di ingenti quantitativi di rifiuti, destinati a impianti di compostaggio compiacenti, la procura ha così disposto il sequestro preventivo degli impianti e delle società coinvolte.

In sostanza, chiusa la parentesi decennale al termovalorizzatore, a Domenico Pisano venne ritagliato uno spazio analogo presso l’azienda di depurazione, un tempo attribuitogli nell’altro impianto.

ISPETTRICE POLIZIA TRA GLI INDAGATI

Tra gli indagati dell'operazione compare anche un’ispettrice di Polizia, che avrebbe una relazione sentimentale con uno dei fratelli Pisano. La donna è indagata per accesso abusivo al sistema informatico della Polizia, per aver comunicato dati sensibili a persone diverse dall'amministrazione della Polizia di Stato, e violazione di segreto d'ufficio, per fatti che avrebbe commesso quando era in servizio al commissariato di Gioia Tauro. Adesso invece la donna lavorava alla Questura di Firenze, ed è nella città toscana che oggi è stata destinataria di una perquisizione. Il coinvolgimento della poliziotta è stato reso noto dal questore Raffaele Grassi e dal capo della squadra mobile Francesco Rattà nel corso della conferenza stampa tenuta stamani in Procura.

L’operazione Metauros costituisce la naturale prosecuzione delle indagini Cent’Anni di Storia, Mediterraneo, Atlantide e Provvidenza condotte nel tempo dalla Dda di Reggio Calabria nei confronti delle cosche imperanti nell’area della Piana di Gioia Tauro e che, nel corso degli anni, hanno portato alla disarticolazione del cartello mafioso dei Piromalli e dei Molè.