Caso Zappalà, i voti della ‘ndangheta per le Regionali: altri tre arresti

Reggio Calabria Cronaca

È scattato all’alba di stamani un blitz, condotto dai Carabinieri del Ros e dai Finanzieri Gico di Reggio Calabria, che ha portato all’esecuzione di un’ordinanza applicativa della misura cautelare in carcere, emessa dal Gip del capoluogo su richiesta della Dda, nei confronti di tre persone accusate di concorso in scambio elettorale politico-mafioso.


I destinatari del provvedimento sono Domenico Arena (62 anni), Vincenzo Pesce (57) e Francesco Strangio (62). All’arresto si è giunti in base ai risultati ottenuti dagli approfondimenti investigativi eseguiti nell’ambito dell’indagine Reale e segue un ulteriore provvedimento restrittivo eseguito il 29 aprile del 2015 quando in manette finì, per lo stesso reato, l’ex Sindaco di Bagnara Calabra oltre che Consigliere della Provincia di Reggio e Consigliere regionale, Santi Zappalà (56).

La misura ha raggiunto inoltre Giuseppe, Sebastiano e Antonio Pelle (rispettivamente di 76, 45 e 30 anni) e tutti e tre considerati come esponenti della cosca PelleGambazza” di San Luca e Giuseppe Antonio Mesiani Mazzacuva (39), ritenuto dagli inquirenti come il soggetto di collegamento tra il presunto boss Giuseppe Pelle e Santi Zappalà.

I VOTI DELLA ‘NDRANGHETA ALLE REGIONALI DEL 2010

La tesi degli inquirenti è che in occasione delle elezioni per il rinnovo del Consiglio Regionale della Calabria, del 28 e 29 marzo 2010, Zappalà, candidato nella lista del PdL nella coalizione a favore di Peppe Scopelliti, avrebbe stretto (il 27 febbraio del 2010) un patto corruttivo con esponenti della cosca dei Gambazza grazie al quale avrebbe dovuto ottenere un consistente pacchetto di voti con la promessa a Giuseppe Pelle di ricevere dei vantaggi, tra cui quella di una corsia preferenziale per le imprese di riferimento della cosca nel settore dei lavori pubblici. Il politico, sempre secondo gli investigatori, per garantirsi i voti avrebbe anche pagato 400 mila euro alle cosche Pelle, Pesce di Rosarno e Strangio di San Luca.

Alle Regionali di allora Zappalà venne poi eletto con oltre 11mila preferenze, occupando in prima battuta un posto da Consigliere e, successivamente, anche quello di Presidente della IV Commissione Affari dell’Unione Europea e Relazioni con l’Estero.

Nel corso delle investigazioni che hanno portato al provvedimento di oggi, gli inquirenti hanno seguito diverse direttrici. Una parte delle indagini è stata dedicata all’analisi delle intercettazioni realizzate all’interno dell’abitazione di Giuseppe Pelle; poi si è passati al loro riascolto, alla valorizzazione armonizzandole con le acquisizioni provenienti da altri procedimenti penali pendenti presso il Distretto di Corte di Appello Reggio Calabria. Inoltre, gli investigatori hanno eseguito degli accertamenti sul conto di due società di capitali ritenute riferibili una a Zappalà e l’altra a soggetti considerati contigui della cosca Pelle. L’ipotesi è che il clan, per mezzo di queste aziende avrebbe creato, con complessi artifici contabili, dei cospicui “fondi neri” necessari alle operazioni di compravendita dei voti e nascosto, “con altrettante alchimie contabili, il denaro prezzo del pacchetto di voti contabilizzandolo in fittizie voci di bilancio in modo da non renderne identificabile l’illecita provenienza”.

LE INTERCETTAZIONI IN CASA DEL BOSS E I “DUBBI” DEL POLITICO

I rapporti tra la cosca Gambazza e l’ex consigliere regionale sarebbero evidenziati da una serie di intercettazioni di conversazioni tra i presenti, il 27 febbraio ed il 12 marzo del 2010, nella casa a Bovalino di Giuseppe Pelle.

In particolare, in quelle del 12 marzo emergerebbe il dubbio di Zappalà sulla consistenza delle adesioni a suo favore nella zona di Bianco e in altre aree del cosiddetto “Mandamento Jonico”, “dove effettivamente – spiegano gli inquirenti - le cosche locali stavano canalizzando i voti a loro disposizione a favore di altri candidati”. Questo problema sarebbe stato però risolto dagli esponenti della cosca che avevano offerto al politico un ulteriore pacchetto di voti - da raccogliere a San Luca e Bovalino, aree queste sempre di influenza del casato mafioso - per un controvalore di 100 mila euro che, come emerso successivamente, avrebbero costituito parte dei 400 mila euro che gli avrebbero garantito il elettorale anche da parte dei Pesce e Strangio. “In ragione di ciò, a seguito di un ulteriore e diverso accordo rispetto a quello siglato il 27 febbraio 2010 - sostengono gli inquirenti - Zappalà prometteva - e successivamente consegnava - agli esponenti della cosca Pelle Gambazza la … somma di denaro per ottenere a proprio vantaggio l’ulteriore pacchetto di voti di cui disponevano i Pelle”.

L’accordo relativo alla compravendita dei voti, sostengono ancora gli investigatori, sarebbe stato ratificato sempre il 12 marzo 2010 nel corso di un incontro, a Reggio Calabria, tra il politico e gli esponenti della cosca Gambazza, in particolare Antonio Pelle e Giuseppe Mesiani Mazzacuva.

IL PRESTITO DA 100 MILA EURO

Un altro importante passaggio per la ricostruzione del presunto scambio elettorale sarebbe costituito dal contenuto dell’interrogatorio di garanzia proprio di Mesiani Mazzacuva all’indomani (il 22 dicembre 2010) dell’arresto nel corso dell’operazione Reale 3” in cui era indagato per partecipazione ad associazione mafiosa (da cui è stato prosciolto) e corruzione elettorale, quest’ultimo commesso in concorso con il politico bagnarese.

Nel corso della deposizione Mesiani Mazzacuva manifestò l’intenzione di precisare il contenuto delle intercettazioni che lo avevano riguardato, quindi anche quelle del 12 marzo 2010 che contenevano elementi utili agli inquirenti per configurare le condotte corruttive. L’arrestato dichiarò, senza che alcuna contestazione gli fosse mossa sul punto, che la cifra dei 100mila euro che compariva nei dialoghi era da ricondurre a un prestito intercorso tra lui e Zappalà.

Ma per gli investigatori le captazioni descriverebbero un quadro molto diverso e cioè che la somma sarebbe stata indicato dallo stesso come “strumentale al perseguimento di finalità politiche” del candidato e necessarie per superare la debolezza elettorale di quest’ultimo in alcune zone della Locride.

Scrivono gli inquirenti: “Se negli intenti di Mesiani Mazzacuva le dichiarazioni avrebbero dovuto avere un effetto depistatorio, nella realtà hanno costituito una importante traccia da seguire e sviluppare”. Successivi accertamenti eseguiti a riscontro delle dichiarazioni avrebbero difatti permesso di rintracciare e acquisire copia di una scrittura privata, stipulata tra Zappalà e Mesiani Mazzacuva Giuseppe, per la concessione di un prestito di 100mila (consegnati con 10 assegni circolari liberi) del 25 marzo 2010, ed erogato per far fronte a delle difficoltà economiche che sarebbero state causate da un mancato incasso sorto nell’ambito dell’attività imprenditoriale di Mesiani. La scrittura privata sarebbe risultata “ideologicamente falsa” in relazione “alle finalità della transazione”: “non un prestito, ma - sostengono gli inquirenti - il pagamento di un pacchetto di voti”. In sostanza, la tesi è che il politico e Mesiani Mazzacuva avrebbero precostituito una giustificazione lecita al passaggio di denaro.

Gli assegni circolari con cui si era corrisposto l’importo, poi, vennero negoziati il 26 marzo 2010 da Anna Errante (45), moglie di Mesiani, che li versò su un conto intestato ad un’azienda del marito e di cui era la Errante era amministratore. La somma sarebbe stata poi contabilizzata in fittizie voci di bilancio in modo da non renderne identificabile la provenienza.

LE INTERCETTAZIONE DELL’OPERAZIONE “INGANNO”

Ai fini di una compiuta ricostruzione della complessiva vicenda che riguarda l’ex Consigliere regionale, gli inquirenti ritengono poi di fondamentale importanza le intercettazioni eseguite nell’ambito dell’indagine “Inganno” - sviluppata dalla Dda di Reggio Calabria con i Carabinieri di Locri – nei confronti, tra gli altri, di Sebastiano Giorgi (51), all'epoca dei fatti Sindaco di San Luca, e che, il 4 dicembre 2013, fu arrestato per associazione mafiosa. Dalle indagini sarebbe merso che Giorgi - da poco condannato per concorso esterno in associazione mafiosa - sarebbe stato il referente politico-amministrativo della cosca di San Luca avendo contatti costanti con esponenti di spicco di importanti casati mafiosi del centro aspromontano.

Gli investigatori ritengono dunque che Girgi, dati i rapporti che avrebbe intrattenuto con ambienti ‘ndraghetistici e grazie al suo inserimento nel contesto politico locale, avrebbe disposto di “un patrimonio conoscitivo tale da consentirgli di comprendere le dinamiche interne all’organizzazione mafiosa e di essere costantemente informato dei rapporti fra la ‘ndrangheta di San Luca e politica”.

Da alcune intercettazioni emergerebbe che l’ex Sindaco sarebbe stato al corrente che in occasione delle elezioni regionali del 2010, Zappalà avrebbe ottenuto un risultato definito “sorprendente in quanto avrebbe pagato soggetti della ‘ndrangheta per ottenerne il sostegno elettorale; come anche che, il 26 marzo 2010, l’ex consigliere regionale avrebbe pagato alla cosca di San Luca i 400mila euro. Sempre secondo gli inquirenti, questo assunto troverebbe peraltro riscontro “nel dato di natura temporale sopra evidenziato: gli assegni mediante i quali il politico fece giungere la somma di 100mila euro ai Pelle Gambazza entrarono nella disponibilità di Mesiani Mazzacuva, proprio in data 26 marzo 2010”.

LE ‘CARTIERE’ E IL ‘FONDO NERO’ A DISPOSIZIONE DEL POLITICO

Altra parte dell’approfondimento investigativo ha mirato alla verifica delle modalità con cui Zappalà avrebbe avuto la disponibilità di una così ingente somma di denaro. Sono stati così eseguiti degli accertamenti patrimoniali sul politico, sui suoi familiari e sull’azienda Fisiokinesiterapia Bagnarese Srl, società di cui era amministratore unico la moglie dell’ex consigliere.

La tesi degli investigatori è che l’azienda bagnarese avrebbe intrattenuto rapporti commerciali con numerose società alcune cosiddette cartiera”, che avrebbero emesso, e per un lungo periodo fatture per operazioni inesistenti e per un valore ipotizzato di vari milioni di euro. Queste operazioni gli inquirenti le considerano un artifizio contabile “funzionale all’evasione delle imposte sui redditi” e per “drenare denaro (anche contante), creando un ‘fondo nero’ dal quale attingere per poter affrontare esigenze legate alle affermazioni elettorali del politico bagnarese”.

LE INTERCETTAZIONI DEL BOSS COMMISSO

Infine, sono state analizzate altre intercettazioni realizzate nell’ambito del procedimento penale su Giuseppe Commisso, altro personaggio considerato esponente di vertice dell’omonima cosca di Siderno, e avrebbero avuto come oggetto la presunta compravendita di un pacchetto di voti da parte dello Zappalà.

Dalle registrazioni eseguite il 12 marzo 2010, quindi in epoca antecedente alle elezioni, gli investigatori ritengono che si possa dimostrare come l’attività di compravendita di voti sarebbe stata, in realtà, molto più ampia rispetto a quanto emerso dalle intercettazione eseguite in casa di Pelle: e cioè che le somme che sarebbero state messe in campo dal politico sarebbero state, appunto, quelle di 400 mila euro.

Le attività di captazione hanno poi permesso di identificare negli arrestati di oggi “gli ulteriori soggetti interessati all’affaire Zappalà” che si sarebbero garantiti rispettivamente la somma di 200 mila euro i Pesce e 100 mila gli Strangio in cambio del pacchetto di voti. Gli inquirenti precisano poi che agli incontri per definire i presunti accordi sulla spartizione della somma, e che si erano svolti tra i Pesce e Francesco Strangio, avrebbe partecipato anche Sebastiano Giorgi, cosa questa che spiegherebbe perché quest’ultimo, nel corso di intercettazione, avrebbe affermato con sicurezza che il 26 Marzo 2010 Zappalà avrebbe erogato alla ‘ndrangheta di San Luca i 400mila euro.

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