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Ritrasse Ratzinger e padre Georg come gay, condannato artista

Calabria Cronaca

Aveva esposto nel centro di Milano un trittico fotografico raffigurante l'allora Papa Benedetto XVI, il suo segretario personale, monsignor Georg Gaenswein, e un enorme pene con testicoli, accompagnato da una didascalia con allusioni di carattere omosessuale: per questo l'artista milanese Xante Battaglia, 72 anni, di origini calabresi, è stato condannato in via definitiva alla pena di 800 euro di multa per vilipendio alla religione cattolica. La terza sezione penale della Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imputato, il quale si era difeso sottolineando che la sua opera non poteva essere valutata come "indecorosa od offensiva" dato che il suo intento "era la rappresentazione della ritenuta posizione oppositiva nei confronti dell'omosessualità' delle gerarchie ecclesiastiche e non l'allusione a sussistenti rapporti interpersonali di natura non consentita verso chi ha fatto voto di castità".

Il trittico, a dire dell'artista, "era da interpretare esclusivamente in chiave critica, ironica e satirica, espressione artistica quale 'declinazione del più generale diritto costituzionale di libera espressione del pensiero' ancorché manifestata con natura cruda e volgare". La Suprema Corte ha ritenuto sussistente il reato di vilipendio: "in materia religiosa la critica è lecita quando si traduca nell'espressione motivata e consapevole di un apprezzamento diverso e talora antitetico", si legge nella sentenza depositata oggi, mentre "trasmoda in vilipendio quando, attraverso un giudizio sommario e gratuito, manifesti un atteggiamento di disprezzo verso la religione, disconoscendo alla istituzione e alle sue essenziali componenti (dogmi e riti) le ragioni di valore e di pregio ad essa riconosciute dalla comunità".

I giudici di piazza Cavour, anche sulla base della giurisprudenza costituzionale in materia di vilipendio alla religione, hanno condiviso le conclusioni della Corte di merito la quale "ha rilevato che l'opera esposta, in uno con la citata didascalia, che ne costituisce essenziale corredo, e valutatane l'immediata percepibilità da parte di tutti i passanti, intendeva chiaramente riferirsi - si sottolinea nella sentenza della terza sezione penale - a 'rapporti sessuali di natura omosessuali' e, pertanto, 'non costituiva un'espressione interpretabile in termini artistici, come vorrebbe l'appellante, ma anzi, per le obiettive caratteristiche delle riproduzioni, indecorosa ed offensiva nell'accezione dell'uomo mediò". Una manifestazione, osserva la Cassazione, "che la sentenza qualifica come 'altamente volgare ed idonea al vilipendio della religione cattolica, andando a colpire il Papa, al vertice della struttura ecclesiastica, ponendone l'effigie, con ciò facendo intendere rapporti interpersonali di natura non consentita a chi ha fatto voto di castità, accanto a quella del suo collaboratore più stretto e, collocando fra di esse l'immagine del membro maschile".

La Corte d'appello, "con argomento adeguato e lineare, non censurabile in questa sede", concludono gli alti giudici, "ha quindi concluso che risulta violato il limite dovuto al rispetto della devozione altrui, ingiustamente messo a repentaglio da una manifestazione che, lungi dall'essere meramente critica di costumi sessuali non consentiti a ministri del culto, appare costituire una mera contumelia, scherno e offesa fine a se stessa'". (AGI)